Fuori pioveva, di quella pioggia da scazzo universale, di quella da stare sul divano. Cosa che abbiamo sempre fatto. Poi è piovuto in tutta la casa, in soggiorno, sul divano, su qualche faccia. Non mi ami più.

Come sempre, come un cane, ricordo che sabato alle 5 di mattina pedalavo di corsa, perchè pensavo a te, perchè non vedevo l’ora di togliermi tutto e abbracciarti mentre dormivi. Te l’ho detto anche ieri. Tra le tante cose, tutte quelle che mi hai dato o abbiamo costruito, questa è quella che mi mancherà di più. Dormire abbracciati. Anzi dormire abbracciato a te.
E l’ho fatto, alle 5 e un quarto, abbracciandoti e riconoscendo il mio bagnoschiuma, e subito mi sono partiti i Depeche Mode in testa. All I ever wanted. All I ever needed. Is here in my arms. Tu che sei meno pop di me e più impegnato musicalmente avresti preferito un Tutti i respiri che ho sono per te. Tutti i respiri che hai è così che ogni goccia di me scava la tua schiena lentamente con un ritmo costante, di Benvegnù, lo so.

Il mio cuore ieri si è congelato. Come se fosse un meccanismo di autodifesa, un aggeggio anti atti vandalici. Un pesce palla pieno di spine in mezzo al petto. Credo rimarrà così. Per quanto, non lo so. Sono del parere che ci sono cose risolvibili e non. E mi sa che l’amore non è una cosa risolvibile. E’ come se qualcuno a cui tieni fosse morto. Puoi anche imbalsamarlo. Ma è morto. Non c’è più. Già.
Non-c’è-più.
Il tuo, di cuore, l’ho visto staccarsi dal filo a cui era appeso nel momento in cui ti ho fatto tirare fuori quello che avevi già capito, e che io sospettavo. E come la frase si è conclusa, è atterrato sul pavimento, spaccandosi in mille pezzi. Le lacrime sono arrivate ad attutire il rumore dei cocci spezzati, ed è un peccato, perchè la tua è una faccia fatta per sorridere. Vorrei io quel sorriso. L’ho sempre voluto, ma non potendo ottenere l’impossibile, mi sono sempre prodigato per generarlo. Ridevi un sacco, il mio dire sempre la cretinata giusta e destabilizzante ti piaceva, lo so. E quando vedevo quel sorriso arrivare, dimenticavo le precedenti 23 ore o i precedenti 20 giorni senza vederti.

Hai detto che sono migliore di te, hai detto che io sì che mi metto in discussionei, che sono cambiato un sacco per noi. Non è importante, abbiamo perso entrambi. Si cancella il noi della frase di cui sopra, rimangono un io e un te. A me piaceva noi. Pensavo meno a io e pensavo più a te. Peccato.

Non ti posso portare rancore. Non ci riesco. Perchè… beh puoi immaginarlo. La rabbia forse arriverà dopo. E’ che ora sono a pezzi, dovrei prima capire da che parte è finito il braccio per un eventuale vaffa. Mi hai chiesto anche di non ferirti quando te ne pentirai. E’ che non mi serve, non mi interessa. Ti sei sorpreso che non ti abbia mandato via, che ti abbia preparato il pranzo sebbene il mio stomaco si sia chiuso per 24 ore. Non posso essere incazzato, l’amore si esaurisce evidentemente, e non si ricarica come un iPhone. L’amore. E’ fuoco. Poi cenere. E la cenere non torna a bruciare.
Come non decidi il momento in cui ami qualcuno, non decidi nemmeno il momento in cui smetti. Smettere. Non ha senso come verbo. Diciamo il momento in cui arriva e parte l’amore. Ecco, rende meglio l’idea. In fondo, oggi sei partito, e io mi sono sentito come un cane che rimane legato.

Credevo fosse molto più facile scrivere quello che provo e invece mi trovo in un vigile coma scrivente. Non riesco a capire come la sto prendendo. Morto da una parte, tranquillo dall’altra. Il nostro è un legame profondo, a prescindere da come lo chiamiamo. Mia sorella, su una parete di casa, una decina d’anni fa scrisse una frase. Una frase che De Andrè non credo avrebbe immaginato sarebbe stata scritta con la matita per gli occhi: E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati. La frase è ancora lì.
E tu sei ancora qui.

Il manuale della vendetta e dell’orgoglio vorrebbe che elencassi i tuoi mille difetti, ma avendone io diecimila, sarei poco furbo a scriverli. Inoltre trovo cafone l’amore urlato alla Merola, e volgare quello che si accende coi riflettori. Il mio atto d’amore definitivo è ringraziarti. Lo trovo decisamente più in linea con la scelta di vita che ho fatto, mettere il cuore al centro di tutto. Ne hai le prove con la nostra storia, l’hai visto quando sono uscito da quel manicomio di azienda in cui stavo. E quindi vado, arriva la parte difficile, sensibile e viscerale. Insensata all’occhio cinico, che vede un ringraziamento alla fine di una storia.

E’ che mi sono sentito sempre amato. Rispettato. Compreso, rasserenato, accolto. Ho smussato tantissimi dei miei difetti, arrivando a capire che le nostre totali differenze (tu sei didascalico, io mi annoio dopo 3 secondi) erano la forza del nostro rapporto. Ne sono convinto sempre di più, in generale, nella vita sono le differenze che fanno crescere e dialogare. La mia mente si è allargata. Sono sempre del parere che non troverò qualcuno in grado di farmi scoprire, conoscere, apprezzare così tante cose che non sapevo nemmeno esistessero. Abbiamo viaggiato tanto, sei addirittura riuscito a farmi fare delle cose impensabili, come dormire in treno, o assurde, come prendere un autobus a Milano per andare in periferia. Non l’avevo mai fatto. Mi hai sorriso quel giorno in sala stampa, io neoinviato di una grande testata settimanale, giovane, belloccio e quindi subito odiato dai signorotti dei giornali bene. Mi hai fatto amare una città che non mi amava. Bologna. La mia salvezza del weekend, la bellezza di stare assieme, il fatto che chi arriva da fuori Bologna è una nuova storia da raccontare, non una stronza da ammazzare. Mi sei venuto a prendere con un fiore in aeroporto quando tornavo da chissà dove. Hai capito che tutta la stronzeria presunta e la social activity sono solo un vestito, che la domenica non si indossa perchè la mia cosa preferita era dormirti addosso, russando sul divano mentre la tv era accesa e tu dovevi alzare il volume per sentire.

[La cosa più difficile di questi ringraziamenti e di tutto quello che scrivo in queste righe è usare i tempi al passato.]

Mi hai detto che ti ho sempre spronato, dal primo all’ultimo istante vissuto assieme, a volerti bene. Tu, per primo, da solo. Poi puoi capire, apprezzare, amare gli altri. Lo scrivo pure. E sono sicuro di averti fatto vedere come si fa, hai 185 cm, una barba e un ciuffo come prove. E’ il momento di prendere in mano la propria felicità, puoi procrastinare tutto, ma non questo.

Prima di lasciarci ti sei augurato che io possa essere felice. Lo sono stato anche grazie a te. E tu grazie a me.
Ora che siamo da soli, però, lavoreremo il doppio per esserlo. Non è assurdo? C’è gente che si lamenta perchè non ha l’amore. Beh, sono del parere che è una scelta facile, la vera difficoltà è fare dell’amore il proprio cammino. gestirlo, alimentarlo, viverlo.

Nella mia testa abbiamo avuto sempre due canzoni. Due canzoni sentite proprio dove ci siamo conosciuti. La prima, quella che mi ha fatto venire il dubbio che mi piacessi, perchè quando partì mi stringesti la mano. La seconda, dell’anno dopo, consolidava il fatto che pensassi per due. Oggi, mentre tu lavoravi al computer e io raggruppavo le fatture per la commercalista, dal computer è partita questa. E’ la canzone che voglio ricordare per le parole, nonostante ci si sia ritrovati a piangere, uno di fronte all’altro. Tanto. E stringendoci forte quanto ci vogliamo bene.

Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore,
adesso e per quando tornerà il tempo…
Il tempo per partire,
il tempo di restare,
il tempo di lasciare,
il tempo di abbracciare.

In ricchezza e in fortuna,
in pena e in povertà,
nella gioia e nel clamore,
nel lutto e nel dolore,
nel freddo e nel sole,
nel sonno e nell’amore.

Ovunque proteggi la grazia del mio cuore.

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3 pensieri su “

  1. Lo scrivi un libro per me.
    Io amo il tuo modo di scrivere, mi divora dall’interno. Non so come spiegartelo.
    Poi vedo il tuo pelo e sorrido ^__^ Quando scrivi è eccitante, quasi erotico ..una scarica di pizzicotti lungo la schiena.
    Quando pubblichi le foto su instagram sei un cartoon, una sagoma.

    Mi piace questa cosa. Scrivi in B&W e fotografi in arancio.

    Non se ho reso l’idea

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