ONIRICO 31


Era da un bel po’ che non ci incontravamo. Poi, nel giro di tre giorni, le nostre strade si sono rincontrate due volte. Due volte in ritardo. Giovedì mi passi davanti mentre esco dall’inaugurazione della mostra, sabato mattina eccoti in palestra.
Non so spiegarmi perchè mi senta attratto da te, dall’aspetto così semplice, normale, timido, che ho notato subito fuori da quello spazio di gente addobbata a festa. E’ proprio quello che mi piace, come abbassare la voce quando tutti urlano, come la perfezione dell’unghia bianca della zampa del mio cane, in mezzo a tutte le altre nere. Tutto perfettamente normale, o normalmente perfetto. E così quella camminata, tranquilla, non da sfilata, calma, senza telefonino o sigaretta, fluida, scorrere in mezzo alla bolgia tabagista a cui mi sono appena unito. Se me ne fossi uscito mezzo minuto prima ci saremmo scontrati, ma al piano di sopra avevo appena rivisto una mia vecchia cotta, a cui non ho detto nulla, ho solo regalato il solito sorriso idiota da tredicenne. E rimango lì, pochi secondi a soffocare il cuore che mi salta in gola con una sferzata di catrame preso al duty free. Tu passi, io vedo che ti allontani percorrendo la galleria, mentre non ti interessi alla fiera delle vanità qua presente e io sono anche contento, perchè la dentro si moriva di caldo, e sono quasi sudato. Poi mi viene da ridere, perchè di solito ci si vede in quel sudario chiamato palestra. Sparisci dall’inquadratura, vedo la borsa nera e ho capito che arrivi proprio da lì. Se non avessi bevuto 4 birre a stomaco vuoto, ora forse ricorderei se ci siamo visti alle nove o alle nove e mezza. Devo andare all’asta delle sedie, mi dimentico di te man mano che aumentano i passi verso l’accademia.
Cerco di non pensare come nel giro di pochi metri abbia visto voi due, che adesso che ci penso, un po’ vi assomigliate, un po’ mi assomigliate quando non sto sul palco pubblico.
Arriva sabato, sono di corsa perchè ho un pranzo a cui tengo, e come al solito quando non ho l’ansia da scuola, mi sono svegliato tardi. Oggi la scheda dice allenamento A, eseguo distrattamente, guardo annoiato verso gli schermi della sala finchè non mi passi davanti. Stavolta mi hai visto, e pure il mio stomaco mi sa, a giudicare dal pugno che sento. Timidamente passi avanti, timidamente cerco di non fissarti, di non fermarti, di non dirti che vorrei sapere almeno come ti chiami, visto che nella mia testa ci frequentiamo da gennaio.
Hai le cuffie. Vorrei sapere cosa ascolti per nasconderti da questo zoo di pazzoidi, dove io invece scelgo di farmi inquinare da hit in rotazione, dal messaggio “ricordiamo ai gentili clienti che l’uso dell’ascigamano è obbligatorio”, mentre spio le conversazioni più assurde che metto da parte per la mia ricerca pseudosociologica.
Vedo che come me ti concentri sull’esercizio che fai, vedo che come me in certi vorresti essere invisibile, vedo che come me, ogni tanto mi spii dal riflesso dello specchio. Quello sguardo continua a dirmi qualcosa, anche se sicuramente è un qualcosa che sento solo io, io che come dice la mia amica, sono “già lì che fai la lista nozze, decidi il ristorante e riguardi le foto del matrimonio”.
Il ritardo, antagonista della settimana, mi fa perdere le tue tracce, decido di darmi una mossa per incontrarti lì dell’uscita, come la prima volta, quando ti ho spiegato come usare il badge. Non ci sei. Però so che strada fai, potrei incontrarti, usare una tattica improvvisata e parlarti. Non lo faccio, quando ti ho aspettato al caffè le ho sentite per due giorni di seguito, le persone non si pedinano Andre. Va bene, eseguo gli ordini di Renée, che in questo momento dorme di là, mentre mi fumo questa schifosa sigaretta. Devo smetterla. Di fumare e di pensare a te.
[dal vecchio blog su splinder, 9.12.2008]

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