In un castello verde


C’era una volta… un castello verde. Fu scelto come residenza dopo che il castello beige fu destinato a divenire un museo. Il castello verde era verde come il grande giardino che aveva attorno, non verde padania come uno stato che non esiste. In quel castello si trasferirono un re, una regina, un piccolo principe e la regina madre. Presto nacque la piccola imperatrice, che per una serie di giochi di sangue boemi, sarebbe stata destinata ad essere la più potente nel castello. Per celebrare il suo arrivo un bellissimo principe grigio, il papà della regina, insomma il nonno, piantò una betulla in mezzo al giardino reale.

La vita a castello era proprio pacifica, tutta la famiglia si divertiva, ma solo fino quando la regina madre diceva che era così. Le regole sono importanti. Pensate, a tavola era vietato ridere e i piccoli eredi non avrebbero mai potuto usare le loro camere per giocare. Ma non era veramente così rigida la regina madre. Voci di corridoio dicono sia stata lei a insegnare le parolacce ai pargoli e ad avvelenare tutte le piante dei giardini vicini al castello. E’ sempre stata molto divertente.

Il tempo passava lento nell’infanzia dei pargoli, più veloce, com’è giusto che sia, nel mondo dei grandi. Il re, ben presto trovò un passatempo. La caccia. Andava sempre a caccia, prendendo il cavallo più veloce della scuderia e il moschetto. Provava, infatti, una grande soddisfazione nel trovare nuove prede, perchè potevano tirare fuori la sua parte più oscura, quella fondamentale, vincere senza giocare ad armi pari. La regina, per vocazione e sangue era discendente dell’impero ma ne aveva preso la parte democratica e illuminata. Il re no. Lo era per successione, non amava i confronti e trovava priva di interesse o valore qualsiasi idea non fosse sua.

Il tempo passa veloce, i pargoli crescono, la regina si fa sempre più bella, la regina madre sempre più sarcasticamente dispotica. Al cambiar del secolo, in una delle partite di caccia, il re incontra una borghese, che usando la moneta più antica gli farà un incantesimo al cuore e farà crollare il regno. Il re è un leader, un decisore, non si fa problemi delle conseguenze, decide per la sua felicità, che viene prima di tutto.

Il decennio seguente il re lo passa nel castello, rimasto vuoto di sentimenti e risate, con la regina madre incazzatissima. Se avesse potuto scegliere non sarebbe rimasta. Avrebbe seguito la regina, che non era sua figlia. La regina purtroppo era una di quelle che sostenne le sufraggette e il voto alle donne, e da donna tutta d’un pezzo optò per una residenza nel centro e coi pargoli lasciò il castello.
In quegli anni il re si sentiva appagato, molto giovane, amato e benvoluto da tutti i suoi sudditi. Non considerava minimamente i frutti del suo sangue, troppo impegnativi da gestire e soprattuto etichettati subito, in modo da non perdere tempo a conoscerli. Era sovente pensasse a loro come interessati al suo forziere, quando questi, da anni, cercavano un posto nel suo cuore. Glielo diceva spesso la regina madre, nota per non avere avuto mai mezzo pelo sulla lingua.

Non era tutto così grigio e noioso, per esempio nel frattempo il principe si accorse di essere una splendida regina pure lui! Quante risate nella residenza del centro, dove la regina vera licenziò subito il ciambellano per evitare giochi di parole e occhiatacce. La residenza del centro diventò una corte in cui le persone venivano ascoltate, accolte, coccolate. Molti dissero che il matriarcato era il giusto governo. E così fu, la regina (quella vera) non volle più farsi chiamare tale.

Il tempo passa e la nuova consorte del re non potè rinnegare la sua vera natura e fece al re lo stesso scherzo con cui lo conquistò. Era una professionista. Lui rimase col cuore a pezzi. Fu molto triste, decise di prendersi del tempo e pensare. In quel periodo si riavvicinò ai pargoli, aprì il suo cuore, addirittura si confrontò. Fu in quel momento che il furbo principe diede la notizia di essere una splendida regina. Il re non rispose, mandò una missiva di sostegno la settimana dopo. Il principe la lesse, come uno dei momenti più belli.

Il re si riprese, stava meglio e… ricomincia con la caccia. Difficile non seguire la propria natura. E in una partita di caccia incontrò… una cortigiana. Una cortigiana molto furba. Non ebbe problemi ad entrare nel castello verde, non ebbe problemi a dire male parole alla regina madre. Fu un quel momento che per i pargoli suonò il campanello d’allarme. Prima erano solo contenti che il re stesse meglio. Poi capirono presto che era ricominciato il giro.

Il re infatti si allontanò di nuovo dai cresciuti pargoli, tornò al suo progetto di felicità sin equa non. Chiunque sia lungo il percorso è un ostacolo, anche se di sangue. E più stava a contatto con la cortigiana, più si esponeva a un terribile incantesimo che lo trasformò in un orco.

E l’orco non si accorse mai di quanto faceva soffrire tutti quelli che vivevano in castello. Non lo capiva proprio, o cosa peggiore, nemmeno gli interessava. Si sentiva giudicato a prescindere, ma era un errore giudicare a prescindere che tutti ragionassero come lui. Il principe aveva nel frattempo cambiato regno, e leggeva delle sue gesta dalle missive arrivategli dal matriarcato.

Ogni volta che sentiva che la trasformazione in orco del re aumentava, abbattuto, pieno di pensieri per il matriarcato, triste, inforcava il suo cavallo blu metallizzato (vi avevo detto che era una splendida regina) e incolpando il vento per le lacrime, trottava fino all’arco della pace, recitava un orientale mantra di un monaco giapponese e tornava nei suoi appartamenti.

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