Perchè non ha senso impiccarsi a 15 anni


Ci sono cose difficili da scrivere. Ma che rimangono lì nella testa finchè esplodono, anche se nascoste dalle quinte dell’essere blasè, indifferenti e cinici.

La storia di un quindicenne che si impicca (sapete meglio di me che è il metodo più diretto senza possibilità di recupero) perchè vittima di discriminazione, fa accapponare la pelle. A quindici anni non hai capito bene chi sei e cosa farai, e nel caso della persona in questione, la ricerca non ha avuto fine.

Ho letto più versioni del fatto scritte da penne più o meno autorevoli, e da esperto di media, sono rimasto allibito da questa nuova evoluzione del linguaggio socio-mediale. Esisteva una pagina contro il ragazzo, una pagina di improperi e cattiverie. Forse ha ragione mia nonna, se la gente se ne stesse a studiare il pomeriggio, farebbe meno cazzate.

Non è questo il punto. Viviamo in un paese in cui la legge contro l’omofobia è un bel pour parler elettorale, dove tutte le prove fatte vengono abolite da qualche politicante attaccato alla poltrona. Un paese civile, a mio avviso non avrebbe nemmeno bisogno di legittimare la violazione, non dovrebbe essere lo Stato a dirti di non discriminare, insultare, menare, uccidere. Dovrebbe essere il cerebro, la coscienza collettiva e civile. Che non c’è. E questo mi fa venire sempre più voglia di chiudere la valigia e mandare tutto affanculo.
Però, visto che la gente non ci arriva, che legge sia. Ma che si sia, ripeto, e che abbia conseguenze gravi. Perchè è grave l’omofobia, è grave la transfobia.

Credo sia difficile, per la maggioranza dei cosiddetti normali, comprendere le dinamiche della discriminazione. Io ci sono passato. Ricordo gli insulti, le mezze parole, i commenti, gli sputi, le urla. Frocio, nano e ciccione, dicevano. Cominciano proprio quando sei piccolo e non sai nemmeno cosa vuol dire la cosa di cui sei accusato. Ai miei tempi alle medie, adesso andiamo già alle elementari.

Prima non capisci perchè ti insultano, poi comprendi che è una cosa più forte di te e subentra la vergogna. La paura di essere diversi, la paura di essere sbagliati. Comincia la chiusura, comincia la sofferenza, comincia il tuo periodo precotto di inferno.

Ho una grande fortuna, un contesto familiare e culturale che non ha mai detto: negro, zingaro, troia, frocio. Mi è stato insegnato a valutare le cose prima di urlare, e che urlare non presuppone attività cerebrale. Ho sempre sostenuto, e continuerò a farlo che non sono le etichette, ma quello che fai, quello in cui credi, quello che sei, a fare la differenza.
Se ci aggiungiamo un caratteraccio spigoloso e per nulla portato ad abbassare la testa, ecco la ricetta della mia salvezza.

Ma non è sempre stato così. E non sono l’unico sulla terra, ma credo che la condivisione porti alla riflessione, al dialogo e alla conoscenza. Per questo ve lo racconto. Io ricordo la vergogna. La vergogna che tutti gli insulti arrivassero a casa, la vergogna di dirlo, che ti avevano insultato. C’è stato un periodo in cui non sono uscito. C’è stato un periodo in cui non mi sono alzato dal divano per una settimana intera.
Poi ho capito. Ho capito che non ha senso, la libertà (come nella canzone del mio maestro Gaber) di essere chi sono e voglio essere non ha prezzo.

Non dobbiamo essere quello che ci aspettano gli altri. E’ già difficile e troppo importante essere noi stessi. Mi sento un vecchio a dirlo, ma vi consiglio e vi chiedo di farlo, mal che vada diventerete felici, o almeno una cosa simile.

A me davvero non interessano le etichette, infatti prendo quella che volete darmi. Se posso suggerirne una, dite che sono libero. Libero di baciare una ragazza o un ragazzo, di andarci per mano per strada, in vacanza o al museo. Ne avevo già parlato per il pride, qui il link.
E per questa libertà io continuo a lottare, perchè bisogna sensibilizzare e far capire. Non dobbiamo, soggetti o supporters della causa, far passare le conversazioni da bar, da spogliatoio o da macchina del caffè. Incazzatevi, per favore. Quando lo faccio mi dicono che ho un pessimo carattere, ma a me non interessa. La posta in gioco è alta. E’ coscienza civile. A me non serve, perchè sono in pace con me stesso, ma lo faccio, lo faccio e continuo a farlo per chi ha i genitori che non capiscono, per chi vive in un paesino, per chi non ha capito da che parte batte il suo cuore.

E quindi, ragazzo che non ci sei più, io continuo anche per te.

Wrong

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4 pensieri su “Perchè non ha senso impiccarsi a 15 anni

  1. Mio nonno invece diceva “certe cose se vanno spiegate è tempo perso”.
    Comprendo. Sono d’accordo. E altri miliardi di blablaba che in ricodo di mio nonno non dirò.

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