Wind of change


Ricordo che proprio così si chiamava un post di fine anno del mio vecchio blog (2003-2009). Mi rubo il titolo, tanto gli Skorpions chi li ricorda più.
In questo periodo ho scritto pochissimo, preso da sopravvivere al giorno che supera l’altro, facendo il saltimbanco sui social, perchè credo sia una droga senza vittime ed effetti collaterali.
Purtroppo il mio iCloud cerebro-animo-spirituale non ha abbastanza spazio e quindi, ricomincio a buttare fuori le cose su questa pagina. Feel free to leave.

Sento che stanno cambiando molte cose, anche se non riesco a mettere a fuoco il tutto. Di sicuro sto cambiando io, ma io sono le molte cose, che sono me, come il mondo che ho attorno. E’ una sensazione particolare, un pungente freddo che non è sintomatico distacco, ma bollente flusso che rimbalza. Crescere, come dico sempre, è la più grande fregatura a cui ho assistito. Ed è proprio qui il nocciolo della questione, era molto facile, troppo al punto di non essere visibile. Assistito non vuol dire agito, preso parte. Non si può assistere ad una fregatura. Almeno io no, non posso e non ho intenzione che succeda.

E’ terribilmente complesso il tutto. Diventiamo falene. Voliamo zoppi con voli sghembi di fronte all’insegna di turno, che i più pratici chiamerebbero problema. Poi vedi solo quello. Non c’è spazio per il resto. Gira, testata sulla lampadina, gira, gira ancora, testata. E dire che basterebbe girarsi e volare più in là (RC, lib.cit.).
La mia insegna luminosa, ronzante e più brutta del peggio negozio copertura di Chinatown riporta la scritta SOLDI. Ronza, scintilla, qualche volta lampeggia, a tratti, beffarda, spegne una lettera, io ci credo ma poi ricomincia. E io, falena faina, ricomincio il rodeo danzereccio. E mi prendo un sacco di mazzate. No, non ho intenzione di lamentarmi della condizione spiacevole in cui mi trovo. Voglio analizzare il processo.

Quest’anno, che certamente avrei evitato come si evita quella parente acquisita e ignorante che sempre incontriamo ai funerali, ho davvero sbagliato tutto. Ho vissuto, anzi sono sopravvissuto soffrendo più di un cane, o peggio, come Flavia Vento davanti ad un citofono di quelli senza nomi. Frustrato. E secondo me non ha senso, per nulla, vivere in questa condizione.

Si fanno delle scelte, la mia si è sempre chiamata ambizione. Faccio parte di quella piccola percentuale della mia accademia che parrebbe avercela fatta. Ma se sei ambizioso dovresti stringere sempre i denti e andare avanti, come un panzer, come l’orchestra che a Venezia suonava sotto la pioggia ma che poi si è alzata e si è riparata. Come me. Non ho stretto i denti, mi sono nascosto sotto il portico con l’orchestra (mentre Mara Venier è ancora in mezzo alla piazza che cerca di tirare avanti la trasmissione). Non ho capito come agire, ho assistito alla truffa di un regime fiscale assassino per i giovani e ad un contratto ben pagato ma pensato per chi in un mese, prende come me in un anno. Quindi se permetti alle cose di andare così diventi complice.
E ora mi sono rotto. Non so dove mi porterà questa marea, al largo o a riva non ho idea (cit.), però davvero, non me ne frega un cazzo. Ho diritto ad essere felice e soprattutto a far capire a chi sborsa (e chi sborserà) per la mia professionalità che non c’è una Dacia in garage, ma una Porsche. 4s. Turbo. E cabrio, perchè sì, son vanitoso e non me ne frega niente di quel che se ne pensi al riguardo.

Basta, mi son annoiato io, figuriamoci voi.
Però non mi arrendo. E non fatelo neppure voi.

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