La mia famiglia


Non sono un amante delle etichette. A meno che non dicano “cachemire” sui maglioni.
Spesso, quando scelgono di incasellarmi in un genere di orientamento mi parte subito il nervoso. Questo bisogno insano di dover mettere tutto in una scatolina, che risponda a precisi parametri di catalogazione. Io non mi ci ritrovo. Mi dispiace. Io sono libero e vorrei questa come etichetta, ma so che non posso chiederlo. Voi etichettatemi come volete, l’avete sempre fatto, sin da piccino, facendomi diventare una bestia di cattiveria per sopravvivere. Ora la cattiveria è un vezzo, la vostra miseria una realtà e la mia libertà il mio più grande successo.

Non sono incasellabile, vero. Ma so a che famiglia appartengo. A quella delle persone che si sono fatte coraggio e hanno scelto di vivere la propria vita, a testa alta e col sorriso sulla faccia. Sono persone che hanno mandato giù bocconi amarissimi, bocconi che hanno nomi ben precisi: discriminazione, violenza, abbandono, crisi, paura, pianto, chiusura, giudizio. Tutti bocconi che, grazie alla forza e alla fiducia di persone affini sono stati digeriti. Non dimenticati, tutti ci ricordiamo il vomito. Se poi vomiti per un calcio al cuore, fa più male.

La mia famiglia non è quella del Mulino Bianco. Non c’è Banderas che parla con una gallina, e ditemi voi se è normale quello. Uh, normale, che parola orrenda. Normale, la norma, ma quale, scritta da chi? L’unica Norma interessante è quella degli spaghetti a mio avviso. Dicevo.
La mia famiglia è molto allargata. Vi vorrei presentare tutti quanti, ma rischierei di fare un elenco che non vi direbbe niente. Le storie fanno la differenza.

Quella di Mathilde mi piace. Perché adesso che non si chiama più Maurizio lei si piace. Mi piace anche la storia di Robbi che ha mollato Milano per stare con il suo amore, Sam. Mi piace la storia di Paolina, che arriva con furore dalla toscana, organizza, twitta, fotografa e festeggia il suo primo pride, nonché il suo coming out. Mi piace anche la storia di Luca che sta con Andrea, che ha i genitori un po’ anziani e lontani ma che sabato erano a Bologna. Mi piace la storia di Alessandra, che amo da sempre e che è sposata con Betta. Mi piace la storia di Jackie e di Salvatore. Anche quella di Fabio e Andrea. Anche quella di Alessio e Diego. E quella di Sara che non segue un sesso ma il cuore e le sensazioni che le persone le danno. E quella di Guido, da poco libero da una vita non sua. Mi piace quella di Laura, che avrebbe voluto essere lì con tutto il cuore (ho camminato anche per te, tranquilla). Mi piace anche la storia di Elisa, che ha un fidanzato, ma cammina con il popolo lgbt. E quella di Fabrizio, che ci porta pure i fratelli e famiglia, nonostante sia solo un supporter. Mi piace quella di Alessandro e Patrizia, che con Emma Sofia ne hanno unite due, non cancellate. Beh poi mi piace la nostra di storia, Fede.

Ci sono altre storie che non conosco, ma che mi piacciono. Quella della signora che apre le finestre e sorride guardando la gente sorridente che “sfila”. Mi piace anche quella delle mamme che vanno su facebook a leggere le news o che scrivono via sms che l’anno successivo cammineranno a fianco dei propri figli. Beh forse quest’ultima la conosco.

La mia famiglia è fatta di tante persone, tutte differenti tra loro. In comune, oltre alla libertà, hanno un problema. Nel nostro paese non esistono. Mancano dei diritti umani. Se le persone sfilano per le vie di una città, non lo fanno perché hanno sto bisogno irrefrenabile di prendere un velo bianco e un bouquet. Lo fanno perché vogliono tutelare le persone che hanno a fianco. Vogliono poter invecchiare e andare in ospedale dal proprio compagno/compagna. Perché fanno parte di uno Stato, ci lavorano e ci vivono come tutti gli altri. E credetemi, non penso siano per nulla interessati a decimare l’umanità non procreando o a intaccare la sacra immagine della famiglia. Quella è una delle possibilità. Ce ne sono altre.

La mia famiglia ha camminato per le strade di Bologna sabato 9 giugno. I passi vanno due a due, uno per i diritti, l’altro quest’anno era per il terremoto di nemmeno un mese fa in Emilia. Non c’è stata cagnara, non ci sono state esagerazioni, non ci sono state baraccate. La mia famiglia, da sempre bistrattata, ha capito che c’era una necessità: dare spazio e visibilità a chi non può entrare a casa a dormire perché potrebbe crollare tutto quanto.
Perché la mia famiglia lo sa bene cosa vuol dire non avere un riparo, una tutela sopra la testa ed essere pronti a sentire la prossima scossa di intolleranza o indifferenza.

Non voglio concludere amareggiato, voglio ricordare tutto quello che ho vissuto in questi giorni ed essere riconoscente della forza che questo Pride mi ha dato.
Sì, we are family.

© Robbi Lonoce

Ci dobbiamo fare ascoltare. Dobbiamo esprimere a voce alta ciò in cui crediamo. Quando la gente affermerà con audacia le proprie convinzioni, senza mai perdere l’ottimismo e il senso dell’umorismo, cambieranno i tempi. Non c’è più bisogno di reprimersi quando si tratta di parlare per la giustizia. Invece, esitare in simili circostanze è un errore.
D.Ikeda,  Giorno per giorno, 9 giugno.

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14 pensieri su “La mia famiglia

  1. volevo esserci con il mio ragazzo ma purtroppo per lavoro ci hanno spedito a Torino! Ho letto solo cose belle della Pride Nazionale! Forza ragazzi! Dobbiamo pacificamente lottare per avere quel che ci spetta di natura! 🙂

    1. Tutti bocconi che, grazie alla forza e alla fiducia di persone affini sono stati digeriti. Non dimenticati, tutti ci ricordiamo il vomito. Ecco sono proprio le parole che cerco da giorni grazie!!!

  2. Famiglia è sempre stata una parola che mi va stretta, in questo caso invece mi ci trovo molto a mio agio 🙂
    in fondo è stato giusto far poca caciara, peccato però che i media abbiano praticamente ignorato questo pride

  3. Tutti bocconi che, grazie alla forza e alla fiducia di persone affini sono stati digeriti. Non dimenticati, tutti ci ricordiamo il vomito.

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