Questione di sguardi


L’ho notato l’altro giorno nello sguardo di un‘amica. Era come se avessi trovato la foto per definire una parola, l’immagine perfetta per descrivere qualcosa. Malinconia.

Una cosa tra l’altro in cui mi sono ritrovato subito.

Non è una condizione depressa o di lamento, ma un’ espressione assente, per la quale ci si aspetta che la mente stia cercando di recuperare un momento di felicità, per immergercisi o nascondersi. 

Spesso, e non ho mai capito perchè, questa signora malinconia ci riporta al tempo in cui eravamo piccoli o comunque ad un momento in cui la coscienza era minima rispetto alla consapevolezza. E’ il solito discorso del “poi cresci e si rovina tutto”?
Ce l’ho anche io quello sguardo. Ne sono certo, mi ci sono ben riconosciuto. E’ solo che non capisco, io quando ero piccolo volevo solo essere grande, aspettare mi faceva una fatica immane, non vedevo l’ora di essere grande, barbuto e automunito per andarmene. Perchè adesso che lo sono dovrei ripensare a quando non lo ero e speravo di esserlo? E soprattutto perchè devo avere nostalgia consapevole di un periodo che assolutamente non lo era. La malinconia è sopravvalutata. E non parlo necessariamente di 20 anni fa. Quasi sempre, pensando anche ala passato recente mi domando: ma quanto ero deficiente? E non parlo di errori di lavoro o di persone, parlo proprio di errori di percezione. Perchè dovrei sentrirne la mancanza?

Devo leggere qualcosa al riguardo e sono ben accetti i consigli, ma per favore niente Proust. 

 

Non so poi se la definizione di malinconico sia giusto per il mio, di sguardo. Credo oscilli tra l’insofferenza e l’assenza, a tratti per il profondo dei sentimenti. Sì, quello con la A maiuscola, che è mio e suo e quindi non vi descrivo.
Insofferente ci sono, l’ha detto bene l’ostetrica di questo blog “tu porti alla luce la mediocrità delle cose che ti circondano”. Non posso farci nulla, osservo gli esseri umani e mi girano le palle quando vedo che lo standard si rivolge verso l’involuzione di modi, usi e costumi. Non posso farci niente. Per evitare stragi sono sarcastico e tagliente.
L’assenza. Quanto mi piace. E non per una questione di sperimentare a livello scientifico quello che provano ogni giorno Vento e Tommasi. Lo sguardo perso di chi sta cercando qualcosa, qualcuno, forse se stesso. Non lo so davvero. Tra l’altro, pensandoci, mi accorgo che sono conseguenti. Prendiamo per esempio al lavoro. Quando mi vengono affibbiati compiti non consoni a intelligenza e competenze del sottoscritto, prima mi parte l’insofferenza, il sopracciglio inarcato poi, quando devo ammettere che alla fine vince sempre la gerarchia, e mai il merito, mi parte l’assenza.
E penso a quando avevo 10 anni, ero in Provenza, e mangiavo il Poulet Roti del mercato di Vaison La Romaine seduto ad un tavolino  sotto i pini del camping.

 

Oh cacchio. Si è verificata la tesi che volevo confutare. 

 

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2 pensieri su “Questione di sguardi

  1. La nostalgia verso la nostra infanzia prima e la nostra gioventù poi, è la nostalgia per i tempi in cui, leggeri, si vagava per il mondo; assente il peso delle responsabilità, la frustrazione, il dovere. In quei tempi eravamo “in divenire” e il mondo ci era aperto, ora siamo diventati, anche se mai definitivamente, e non sempre ci piace la persona che siamo diventati e non sempre ci piacciono le persone che ci circondano (quasi mai). Ma anche quando non è così i tempi passati ci sembrano sempre i migliori, perché non ritornano. Quello sguardo malinconico lo conosco anche io. E’ solo smarrimento, poi passa, quando ci si trova e si sostituisce con uno sguardo tenero (mica sempre) verso il nostro passato.
    P.S. Tendo a essere d’accordo sull’uso del sarcasmo quale arma sostitutiva della mitraglietta-pro-stragi … ma quanto è difficile, a volte, essere pacifisti…

    1. Ma cavolo mi spariscono tutti i commenti!

      Mi piace quello che hai scritto, concordo su tutto! La prossima volta giuro che rispondo prima di un mese—>vergognoso

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