La cometa Sanremo


Anche quest’anno la cometa è passata e via. Come se non ci fosse stata. Sanremo oggi è deserta, ha l’aria della tavernetta in cui la festa delle medie è finita, del trucco colato e la cotonatura che ha ceduto. Lo scrivo perché ho appena visto le sciure di quel che rimane di Domenica In.

Nonostante tutte le detrazioni, le cattiverie, gli snobismi intellettuali o presunti tali, mamma Rai una certezza ce l’ha: funziona. Non si parla d’altro da due settimane, se ne parlerà un po’ quella che viene e poi via, solo una striscia di luccichio che va via. Esattamente come la cometa.
Lo spettacolo ha un solo grande limite: è vecchio. E quando cerca di svecchiarsi in mano a persone di una certa età, sembra quei signori che si mettono l’orecchino e dicono alle signorine “ehi ti aggiungo su facebook” dopo una cena di lavoro, quelle signore che non hanno capito che Belen non è uno stile di vita a cui ispirarsi ma una realtà, quelle ragazzine che si decolorano i baffi. Non è che funzioni così bene.

Non è un problema della baracca intiera, le cose che non hanno funzionato sono sostanzialmente due. I tempi geologici e l’effetto Celentano.
A me il fatto che ci siano 5 serate non scoccia, per nulla. Solo che non si possono fare 5 ore di diretta nell’epoca youtube. Il che non vuol dire che si debbano fare programmi da 5 minuti. Bisognerebbe imparare che c’è un’evoluzione di usi e costumi del pubblico televisivo. Il computer non ucciderà il tubo catodico, ma come internet ha preso il meglio della tv (in termini di linguaggi, non di contenuti) dovrebbe avvenire lo stesso dall’altra parte. Non basta fare un concorso dei giovani su facebook. Non così. I video caricati non potevano essere condivisi con i propri amici o nelle proprie bacheche. Che è proprio la base del meccanismo di condivisione su cui si basa il web.
Guardiamo come funziona X-Factor. Breve, di impatto hollywoodiano, guardato da tutti. Il programma funziona perché il linguaggio usato è moderno, attuale, veloce. Il che non vuol dire usare le parolacce. Dai non le usava nemmeno il Bagaglino. Sanremo era scritto proprio male. La sceneggiatura delle interviste fatte da Gianni, il marchettume (imposto) delle fiction e programmi Rai, l’aria improvvisata e pressapochista. Esattamente come quando non si studia per l’interrogazione. Che senso ha cominciare alle 20.40 se poi tra intro (inutili) balletti e interventi si comincia a sentire una canzone dopo un’ora? Che le canzoni poi non fossero le più belle del mondo amen, va così.

Voglio trattare brevemente il fattore Celentano, perché rischia di diventare il capro espiatorio del Festival. E ci ricordiamo tutti che fino a pochi mesi fa un personaggio diceva di essere perseguitato dai media. Da giovane, ho una polemica forte nel petto. Scusate, o grandi, dove sta scritto che se uno è vecchio per forza deve essere saggio?  Come già scritto in queste pagine, il problema non è Celentano, è proprio questa mitizzazione da predicatore. Sono molto contento che ci sia chi preoccupi del dopo la morte, ma preferirei che non ci fosse un cantante a ricordare a un giornale che si deve parlare del paradiso. Mi piace se lo canta Patty Pravo, che lo fa allegramente, senza atmosfere apocalittiche di spari, bombe e morti. Il mio, di paradiso, lo costruisco ogni giorno comportandomi nel modo più umano possibile, senza che me lo vengano a dire in televisione. Grazie ma no.
Che poi, se ci pensiamo Adriano non può fare male come alle intelligenze fanno programmi di bassissima leva in cui il predicatore è un abile affabulatore che non prende posizioni, fa abbaiare al pubblico la frasetta che si prepara da una settimana (ma leggete un libro per favore) e chiude con la citazione in latino. Ma per favore.

Insomma, la cometa è passata. Io ho desiderato che ne passasse un’altra, l’anno prossimo. Molte cose cambieranno, la produzione, la supervisione della Divisione Intrattenimento Rai, l’austerity, le vallette, i presentatori. Una cosa, che secondo me è la più bella, rimarrà. Ossia è che il Festival è che democratico. Nell’accezione che chiunque di noi può vivere a modo suo la manifestazione, sputandoci, cantandoci sopra, scrivendo articoli, facendo la fila fuori per salutare un cantante, per farsi riprendere 5 secondi da una telecamera, per mettere il vestito buono con le calze del mercato (l’ho visto), per improvvisarsi critico televisivo, di costume, musicale o semplicemente per ridere di come si vestono cantanti e simili.
Per questo Sanremo è Sanremo. E per questo piace, non per le prediche.

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