Notturno


E’ una parola che mi piace moltissimo. Notturno.

Da qualche tempo il mio notturno ha a che fare con te. E’ un notturno di braccia e gambe tangenti, intersecate, abbandonate tra di noi. Ginocchia che si baciano. La cosa che più mi stupisce è che sia successo da subito. La cosa che più mi piace è che con te, non ho mai dovuto chiederlo. La cosa che più mi preoccupa è che mi sa che non posso farne a meno. Ma ci cerchiamo dormendo, se sento un rumore o mi alzo per bere mi accorgo che sei lì, accanto a me, mi copri più di un lenzuolo e mi scaldi più di una coperta. Anche ora che fa caldissimo, che quest’estate sembra non volersene andare ci diciamo buonanotte appiccicati, per poi staccarci per non scioglierci come due ghiaccioli sotto il sole. Il bello è che però poi succede che nei vari ondeggi notturni, ci ritroviamo sempre vicini.
E’ come se fosse stato scritto, che io e te dovessimo dormire assieme. Ormai conosco le fasi del tuo sonno e so quando cadi in un sonno profondo e sogni. Forse sogni proprio quello che vedo io, insonne patologico che ad addormentarmi ci metto sempre più di te. A lungo ho sognato questo, tutto questo. E mi fa piacere che ad interpretare questo sogno sia tu.

Il lunedì mattina, quando ci separiamo è sempre un trauma che non mi farà dormire la sera stessa. E la cosa bella è che lo è anche per te. Se dormi da me non scappi via e mettiamo la sveglia presto per coccolarci come due pinguini su un iceberg. Vorrei avere il termometro e il termosifone acceso per far finta di avere la febbre e vietarti di tornare a Bologna, perché si sa, i maschi con un filo di febbre sono moribondi e quelli carini e barbuti come me non si possono far morire, sarebbe uno spreco. Come qualsiasi teenager, trecciuta con l’apparecchio o con quei baffi divertenti che hai a 12 anni, appena sento che si chiude il portone e io sono ancora nudo a letto, mi viene da scriverti che mi manchi. Ma come mi hai ridotto? Come ci siamo ridotti?

La domenica per me è sempre stata malinconica e solitaria. Adesso mi sembra eterea e eterna. Mi piace quasi più del sabato, quel momento che è stato istituzionalmente riconosciuto come rappresentate della libertà e della felicità più spensierata. La domenica non sappiamo che ora è, cosa succeda nel mondo e facciamo colazione verso le 5. Prima, faremmo davvero invidia a quelle quattro(cinque?) sgallettate inglesi che cantavano When two become one. Sento il mio essere mescolarsi al tuo come i colori di una tavolozza, come un perfetto Ying e Yang. Ha ragione Nick Drake, “underneath you know well you have nothing to fear“. Perché mi piace proteggerti, perché sento che senti la mia protezione, e non capisco perché tu te ne stupisca. Ma anche in questo siamo simmetrici. Io mi stupisco di essere davvero amato, voluto, cercato, per le bastonate prese. Le abbiamo prese tutti, è vero, ma non so… mi ero imposto di non cascarci mai più, come te dal resto… e invece. Cotti, cotti come la spesa lasciata nel bagagliaio, cotti come i felafel del kebabaro che sono lì da 15 anni, cotti come le vecchie che arrivano in spiaggia alle 8 e vanno via alle 20, poco importa se nella costa orientale (la mia) o occidentale (la tua).

A lungo ho cercato di capire il perché di questo o di quello nella nostra relazione. Poi ho capito che… non serve a nulla incasellare una cosa solidamente impalpabile. Come quei nuvoloni che vedi passare sopra il mare. L’hai mai vista una nuvola in una scatola? Io no. Le cose che più mi piacciono non possono stare in una scatola, in un folder, in un foglio Excel. Hai presente il pelo dritto quando senti la tua canzone? Non è incasellabile. Hai presente quando ti viene da ballare? Non sta in un folder. Hai presente quando ti viene da cercare la mia mano? Stesso discorso. Potrei andare avanti fino a domattina, ma devo andare a lavorare. Tu leggerai queste cose al lavoro. Un lavoro che ti piace nonostante il suo costo. La stessa cosa che penso io. La passione. La passione governa tutto quello che fai, e poche volte ho visto una cosa del genere in qualcuno.

Mi piace quello, te l’ho detto mentre ti commuovevi e io ti stringevo forte, mi piacciono i tuoi spiegoni, tutti quei denti, quello sguardo, quella bocca e altre cose che lasciamo per noi. Ma soprattutto come mi guardi. Mi fai sentire al sicuro, io stronzo per scelta e vocazione, indipendente e inacidito dagli orrori del vivere comune e medio. Non ci sono infrastrutture, non ci sono menate, non c’è nulla di quello che ci si aspetterebbe da noi, o forse c’è tutto.

Ho avuto seri problemi a far rientrare l’affettività nella mia vita, dopo che il mio cuore è stato buttato nel cesso di una discoteca una sera di dicembre. Non avrei mai pensato di riuscire nuovamente a legarmi a qualcuno, ti ho sottoposto a test e ho mostrato sempre la parte peggiore di me. E tu invece eri lì. Mi sorridevi. Anche con gli occhi, anche quando sono nascosti dietro agli occhiali. Quegli occhi che mi ricordano quelli di Agatha quando la sgrido. Non pensavo che esistesse qualcosa di umanoide che potesse amarmi più della mia boxer.

L’altro giorno sembrava un film. Camera mia è tutta bianca, non si sente un rumore e ci guardiamo. Ci abbracciamo, dico una cazzata delle mie, dico ti voglio bene. Tu mi dici io non ti voglio bene, io ti amo. Io credo di morire, la parte più idiota di me sembra una piazza di ubriachi a capodanno, il mio cuore torna rosso, va in alto come un palloncino e ricorda a una supernova che non può brillare così, ho paura, vorrei essere parte del muro e scoppiare allo stesso tempo. Dico un’altra serie-veloce-di-cazzate-e-aggiungo-tiamoanch’io. E sorrido, sorrido tantissimo, proprio come un deficiente.

Ora che rileggo, mi rendo conto che potevo evitare tutto questo delirio notturno, chiamarti appena ti svegli e dirti semplicemente: Fede, ti amo.

 

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