Onirico 33


Entro in sala d’aspetto, è tutto così marroncino da essere irritante. Le pareti, le poltrone, la moquette, la segretaria sono marroncine. Mi siedo, e guardo fuori dalla finestra, quella casa lì è uguale a quella dove sono nato, ma li non ci hanno fatto un museo, c’è ancora gente in cucina. Sono nervoso, come tutte le volte che devo fare una visita, e questa volta lo sono di più perchè il mio francese fa schifo. Più lo capisco e meno riesco a parlarlo, che nervoso. Forse nemmeno lo capisco, perchè vedo entrare un impermeabile blu e un cappello da pioggia, e non credo che il medico faccia le visite di gruppo. A meno che questo non sia un set di un film porno. Ciò in effetti spiegherebbe l’impermeabile.
Non ci posso credere, non è possibile. Non puoi essere tu dai, non possiamo incontrarci sempre e solo a Parigi, soprattutto dopo averti visto a Milano la settimana scorsa mentre uscivi dalla mostra. Ti accorgi di me anche tu. Non diciamo nulla e continuiamo a fissarci. Sì sei tu, sì sono io.
Ciao, cosa fai qui? Aspetto il mio turno per il film porno. Ridi, con la punta della lingua in mezzo ai denti, una delle cose che mi ha fatto perdere la testa per te l’anno scorso. Si parla del più e del meno, del freddo che in questa città è più pungente di quello di Milano, e ti fermo. Per favore, non parliamo del tempo. Non farmi incazzare.
Da quando ti ho scritto l’ultima volta a Novembre per dirti che arrivavo qui, non ci siamo più sentiti. Perchè tu non mi hai risposto. E visto che non ho nulla da perdere, te lo chiedo. Mi dici che avevi le prove e non riuscivi a connetterti a internet, e dopo due settimane ti sembrava idiota rispondere conoscendo il mio brutto carattere. Mai sentito parlare del telefono? E’ una cosa che si tiene in tasca, con dei tasti con sopra dei numeri. Ce l’ha anche mia nonna.
Ridi, no, non farlo, lo sai che sono debole quando sorridi, non riesco ad odiarti per aver sottovalutato il mio orgoglio, per averti visto fuori dalla mostra con quello lì. Marroncino vestito come tutto questo studio. No, non voglio cedere, anche se sono qui per il ginocchio che fa male, faccio uno scatto e faccio per andarmene. Con una forza che non pensavo avessi mi blocchi, e io chiudo gli occhi, perchè so che mi guardi, e stavolta so che perderei la gara a chi regge di più lo sguardo. Giro la testa, sento dopo mesi la tua guancia sulla mia e sono contento di avere la barba, così tengo qualche millimetro a separare la nostra pelle e il mio prossimo errore.
Ma poi non resito, ti guardo, odio amare il tuo sguardo che è scuro come il mio, ma così diverso dal mio. Il mio è inquieto, malinconico, irrisolto, il tuo invece è calmo, è il buio in camera da sotto il piumone, è un bosco fitto da cui passano dei raggi di luce, è il mare di Grado che si accascia di notte sugli scogli pacifico mentre una piccola barchetta torna a riva.
Smettila, mi dici, smettila. Guardo fuori, non capisco se quella pioggia è sul vetro o sul mio occhio. Molli la presa. Mi guardi dritto negli occhi mentre siedi su quella brutta sedia marroncina di pelle finta. Il mio cervello qua non ha campo, le mie braccia, partono mentre partono le tue e ci abbracciamo per un momento senza tempo e senza alcuna spiegazione plausibile. Siamo praticamente due sconosciuti, eppure ci trafiggiamo con lo sguardo, tu sorridi come l’anno scorso quando mi hai regalato il giro con la barchetta nella fontana del Jardins des Tuileries. Io sorrido come faccio due o tre volte al secolo, i nostri nasi sono attaccati, sento il tuo respiro sui baffi, evito di dire qualsiasi cosa potesse rovinare il momento, e ti bacio. Anzi, ci baciamo. Tutto ciò che idealizzo di te mi pervade, mi sento SuperMario quando prende l’invincibilità, si vede che brillo? E non so perchè, sento di potermi fidare, sento che tu provi lo stesso anche se non hai i baffi come SuperMario. Sento un solo respiro, e credimi, per uno che è abituato a vedere solo un’ombra è strano e fantastico. Ci stacchiamo e rimaniamo abbracciati. Sento ancora adesso, mentre scrivo a un’ora e mezza di volo da te, la tua presenza, il tuo esistere in completamento al mio essere. E non riesco a tenere gli occhi aperti perchè voglio rivedere quel minuto, quel giro di lancetta nella sala d’aspetto mi è rimasto più impresso della corsa che abbiamo fatto scappando dallo studio, tra la pioggia e le turiste bagnate di soldi di Avenue Montaigne, per poi prendere la metro fradici a Roosevelt, e andare verso casa.

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