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Prima stavo camminando verso casa. In silenzio. Ci sono momenti in cui Milano sembra un video senza l’audio.
Sono stato al cinema, in ottima compagnia di personcine che mi piacciono un sacco, a vedere Black Swan. Tralascio la mia paura sul tutto e alcune critiche alla storia.
Ho fatto spesso il tratto San Babila-casa a piedi. E’ una questione di principio: le cose belle difficilmente stanno sotto terra. E spesso, in quel tratto, avvertivo un tormento, qualcosa di viscerale, scomodo, inappropriato al mio camminare.
A fare un due conti, credo si trattasse di notturni attachi di solitudine, rotolanti e ventosi come le foglie secche dei giardini di Palestro. Come quei rivoli d’acqua sul marciapiede lavato e depurato dal trascinarsi della via, acqua che non voleva fare quella fine.
E mi sono accorto di una cosa. Quella sensazione non c’è più, se n’è andata. Come se la foglia fosse tornata sull’albero o l’acqua nella cannella.
Mi sono accorto come due letterine che formano una preposizione cambino un significato. Sto parlando di “da”.
Che fanno emergere la differenza tra essere soli, e essere da soli. Gli inglesi direbbero lonely e alone. Scrivendo tutto ciò, mi rendo conto di quanto sia inesatto a prescindere.
Non siamo soli. E’ impossible. Possiamo intenderlo come status ma non come realtà.
Stasera, prima del cinemino, ho ascoltato una riflessione che continua a rimbalzarmi in testa. Avendo una testa vuota, spazio ce n’è.
Si parlava di capire cosa si vuole. E nel caso specifico, la signora raccontava dell’amica che voleva un fidanzato. Bene, dice all’amica, ora scrivilo, chiudi a metà il biglietto e… scrivi “cosa offro io?”
Non so se ho avuto la finezza di raccontare bene la storiella. Fatto sta che ci penso dalle nove di ieri sera. Cosa offro. Tanto, poco, niente? Non lo so. Non credo sia un discorso aprioristico in una relazione. Perchè tutti avrete pensato “e io offrivo tutto me stesso, e dall’altra parte invece…”
Invece è un pensiero sbagliato. Una saggia persona, mia grande amica, quando a dicembre  finì la mia storia, quella più bella, più intensa, più bramata, mi fece soffermare sulla differenza di due termini. Colpa e responsabilità.
Io, ovviamente avevo parlato di colpa. E invece si tratta di responsabilità. Siamo responsabili del nostro operato come siamo responsabili del comportamento che gli altri hanno con noi. Perchè, e mi riallaccio a quanto sopra, non siamo soli. Facciamo parte di un tutto, un tutto che potete chiamare come volete, ma quello è. La pluralità è onnipresente e tangibile, c’è poco da discutere.
Concludendo, io solo o da solo non mi ci sento. Mentre aspetto che l’omino del semaforo diventi verde, mi rendo conto che quella sensazione di inadeguatezza, di viscerale movimento… non c’è più.
Non nego che la mattina preferirei vedere una faccia vicino al mio cuscino, ma concentrandosi troppo sulla ricerca della stessa, non ci si accorge della bellezza di ciò che ci accade accanto e di cui facciamo parte. Perché se non ci si mette in gioco, non si lotta per un’ideale ma solo per un’idea… ci si ritrova a guardare il dito che indica e non la luna.

 

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7 pensieri su “dettagli

  1. Ouff, non saprei se son d’accordo.
    Nel senso che – in generale – il discorso ha un senso. Ma qualcosa non mi torna. “Something doesn’t click”, direbbero gli inglesi (ben consci delle mie capacità linguistiche).

    Pensaci.

    IMHO, loneliness is a state of mind. Puoi non essere da solo, ma sentirsi solo. Ma essendo uno stato della mente, passa. Gli stati sono momentanei, vanno e vengono. Quindi, come dire: goditi questo momento finché sarà via, e ricordatene quando ritornerà.

    1. Cosa non ti torna Claudio?
      Certo che ci si può sentire soli, ma non lo si è. Si sceglie, consciamente o meno, di esserlo. In quanto essere pensate e senziente, puoi scegliere di non esserlo. E non perchè decidi così e basta. L’assunto del sentirsi soli è limitante, perchè il focus rimane sempre su di te, slegato dagli altri. Invece la rivoluzione, l’azione parte da te e ha effetti sugli altri. Anche stare zitti, come ben sai perchè ce l’hanno detto all’università 20mila volte, è una forma di comunicare. Ma non è questo il punto.
      Dovremmo imparare, io in primis sto cercando di metterlo in pratica, a lasciare da parte l’autoconsiderazione e pensare in ottica plurale. E’ un discorso un po’ complicato per le due di notte, mettiamolo in stand-by!!!

      1. Eh, appunto. A st’ora è troppo complicato. Io ci aggiungerei anche la variabile della pancia vs. la mente.
        Ché puoi dirti e scegliere di fare quello che vuoi, ma quello che senti non lo scegli mai.

  2. Quoto quest’ultimo commento. In linea di principio può essere vero quello che scrivi, tuttavia mi sembra troppo razionale, troppo pensato. Il più delle volte sentirsi soli o in armonia con qualcuno o altre sensazioni sono stati improvvisi, che non dipendono da un ragionamento, ma ti assalgono come brividi di freddo sulla pelle bagnata.

  3. Hai srotolato i miei pensieri aggrovigliati. L’ho inserito nel mio blog, il tuo post, con tanto di link e citazione. Spero non ti dispiaccia. Fammi sapere.

    ciao

    PuntoG

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