Città di


Sono appena stato al cinema con quell’esemplare di rara bellezza umana di Sara. La bellezza del somaro, andateci.
Ero proprio a metà strada tra Moscova e Garibaldi, ma ho scelto di camminare, sentivo che una cordata tra Nike, cervello e cuore aveva deciso che avrei fatto il giro lunghissimo, invece di due fermate di metro. (e poi diciamocelo, scendere in Centrale è volgare)

Messa la mia bella sul taxi, sono andato verso Moscova. Mi perdonino la scelta gli urbanisti, sono attratto dalle cose umane e decadenti come le persone e i vecchi palazzi. E ho visto la città di.

Di chi cammina con un sacco blu pieno di rose e tre cappelli in testa.
Di chi si mette giù da gara perchè se sei figa il primo dell’anno sei figa tutto l’anno.
Di chi ha l’amica sfigata per sembrare la più figa dell’anno.
Di chi cerca la cena in un cassonetto.
Di chi sceglie le vie secondarie per non essere inquinato dalle vetrine.
Di chi aspetta che un cliente dia senso alle inutili ore passate a lavorare in un bar in un giorno di festa.
Di chi parla piano, perchè la città riposa e non ha bisogno di urlare il proprio amore per chi accanto.
Di chi ha 16 anni e dimostra il proprio amore alla compagna limonando nella vetrina di un bistrot.
Di chi di anni ne ha 76 e dimostra amore alla propria compagna chiudendole il giaccone con dovizia e precisione.
Di chi si deve far vedere anche il primo dell’anno, e guida la Porsche col finestrino abbassato sgasando al semforo di Brera.
Di chi sa che è il cane a guidare la propria passeggiata.
Di chi va in giro romanticamente col tuttocittà.
Di chi va in giro con la mano nella mano.
Di chi può andare in giro, mano nella mano.
Di chi sperava di essere un palloncino che correva verso il tetto dell’universo, ma è rimasto impigliato nella rete della Galleria, assieme ad altri palloncini colorati, pieni di elio e voglia di stare vicini, in un angolino.
Di chi non resiste a guardare l’ennesima borsa che regalerà un’ora di felicità e 40 di straordinari.
Di chi fa le foto con l’iPhone e dice che è rotto perchè vengono mosse.
Di chi fa le foto con la reflex regalando uno scatto alla bellezza di una fontana in controluce.
Di chi guarda le vetrate del Duomo retroilluminate e pensa che sembri un presepe.
Di chi mangia una pizza di gomma, ma la mangia in Corso Emanuele e fa figo.
Di chi vuole essere alternativo nel look, ma non sa di indossare anch’egli una divisa.
Di chi fa la statua vivente alle 10.30 della sera.
Di chi ascolta l’amica di una vita, con compassione ma gli occhi di chi soffre ancor di più.
Di chi è alla quarta uscita, e forse mi ama, forse è lui che cerco.
Di chi è oltre le regole, pur non conoscendole.
Di chi sputa a terra, riportando il suo DNA ove dovrebbe stare, nella feccia.
Di chi vive un sogno seriale, e non lo sa.
Di chi va al parchetto, a fumarsi le canne.
Di chi cammina con una rosa rotta in mano.
Di chi cammina a gambe larghe, come se la sua virilità fosse così incombente da intralciarne il cammino, ma poi ha le sopracciglia come Moira Orfei.
Di chi cammina con la sua fotocopia vicino.
Di chi cammina sapendo che è finita ma non ha il coraggio di essere felice.
Di chi cammina contenta e ballonzolante vicino al papà, coi codini che ballonzolano anche loro.
Di chi invece sta tre passi dietro mamma e papà, perchè, che vergogna.
Di chi cammina a occhi bassi.
Di chi cammina aspettando un sms con le mani e il cuore ghiacciato.
Di chi rimane stupito dal rumore di grilli che fa il semaforo per ciechi, che durante il giorno non si sente.

Di chi, come me, cammina affascinato da quel qualcosa, da questo panorama umano che nasconde una città che di solito urla.
Di chi, come me, è proprio innamorato di quel something che ti fa vedere Milano.

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