tesi antitesi sintesi


E alla fine, rieccoci qua.
Ho aspettato troppo tempo prima di riprendere a scrivere, lo so, non fate quelle facce da moglie incazzata col mattarello in mano pronto all’uso, all’arrivo alcolico del marito. (questa credo sia un’immagine di mia nonna che aspetta mio nonno al ritorno da una serata coi colleghi della Danieli)
Dicevamo, vi meritate un po’ di aggiornamenti, premesso che la cosa possa avere qualche interesse nella politica e letteratura internazionale.

LA TESI
I Ringraziamenti qui sotto meritano un preambolo. Insomma, vi racconto un po’ com’ è andata.
Molti di voi hanno il gusto di canzonarmi per il fatto che io abbia il dono/maledizione di fare le cose all’ultimo momento. Ed è così, lo ammetto. Ora che le acque si son raffreddate (non avete idea di quanto possano essere gelate in Camargue) posso dichiararlo pubblicamente: ho scritto la tesi in 5 giorni. Gli altri ho solo cercato di leggere e fare tutto il possibile per non scriverla. ah sì, e di lamentarmi, come qualcuno di voi ci tiene a sottolineare.
A testimonianza del fatto che le cose non si fanno all’ultimo momento ma che poco me ne cale, è giusto sappiate che sono arrivato a portare in stampa il tutto con dei refusi che nemmeno la più malata sperimentazione scientifica di ibridazione flavia vento-palombelli potrebbe creare. Tipo l’indice con scritto pag.20 su tutti i capitoli può bastare per farvi capire? Ecco. Ma non finisce qui, vedrete.

L’ANTI-TESI
Dove c’è Barilla c’è casa, dove c’è voglia di buttare nel pentolone bollente un familiare al posto della pasta c’è casa mia. Il figliol prodigo, che dà lustro alla famiglia per essersi laureato in tempo e non con due anni di ritardo come nella precedente laurea s’ha da festeggiare. E per farlo, tutti a Milano. E complice un SUV fuoriuso, la divisa famiglia si riunisce per un viaggio collettivo dopo credo 10 anni. Il figliol prodigo ovviamente gioiva del fatto di essere già nella grande Metropoli.
La famiglia Passaguai (cena offerta a chi coglie la citazione) si prepara e carica corone d’alloro e nonna nell’elegante monovolume della madre, senza dimenticare sorella (che una volta a milano mollerà baracca e burattini per andare a fare un notturno giro in vespa), padre orfano del gippone e soprattutto, e fate bene attenzione perchè è FONDAMENTALE per la istoria, il navigatore satellitare.
Per farla corta, per farla breve, il figlio prodigo prenota l’albergo (la famiglia del mulino bianco non è compatibile con anzia-inzonnia-zigarettofilia dello stesso, per cui “non a casa mia”) e fornisce la seguente indicazione
“uscire dallìautostrada dopo agrate, proprio lì dove c’è la Star. Poi tangenziale Est e uscire a cascina gobba. Io vi vengo a prendere lì così non vi perfete per Milano.”
Complicato vero? Un po’ come determinare il colore del cavallo bianco di Napoleone o capire che la P3 non è altro che la P2 con la soddisfazione di fare una chiamata col telefonino da un centro massaggi cinese piuttosto che da un fisso nascosto in una cantina di uno che si fa chiamare Il Cinese.
Ma torniamo a noi.
Il figlio prodigo si tappa il naso, lascia a casa tutta la sua vis altoborghese e prende la metro per il tragitto più lungo della sua vita: verso la periferia. Arriva a Cascina Gobba mentre rilegge gli schemi, con la presentazione ancora da fare, ma sono solo le 21.30. Mentre si accende una sigaretta, riceve la prima di una serie interminabile di chiamate: “ciao noi siamo a lotto fiera”. Ciao, vorrei saper bestemmiare in swaili, pensa il figliol prodigo.
E così, si passa un’ora al telefono in cui la povera sorella media tra una madre stressata dal viaggio, un padre che non capisce perchè il navigatore abbia fallito e una nonna che se ne fotte e spera solo che il cane stia bene. Così, dopo un’ora di aereosol sigaretta-tangenziale, la monovolume presidenziale color champagne arriva a pigliare il figliol prodigo, che tace per non commettere un omicidio. Occultare i cadaveri avrebbe preso troppo tempo a uno che doveva ancora inventarsi tutta la presentazione di un percorso sull’autoritratto dal 1500 a oggi.
E così, dall’una alle tre, la presentazione fu fatta.

LA SINTESI
O anche “della liberazione” non dai genitori, ma dal mondo dell’istruzione.
Arrivo in orario, con una fornitura di Saratoga Sigillante per evitare di farmela addosso durante la discussione. Vedo tutto il fan club che si riunisce e alla fine giungere il mio relatore che aveva i capelli come Simon& Garfukel. Sì tutti e due. (a scanso di equivoci, è un commento simpatico e pieno di ammirazione per suoi i capelli)
Comincio con la paura che si ripeta la pessima scena della laurea precedente. 10 minuti, nemmeno per parlare della mia tesi. Una tesi sulla tv. Impossibile dire tutto quel che so, conosco meglio i programmi tv di quelli della lavatrice lo sapete. E così comincio a parlare a macchinetta, che Mentana mi fa un baffo, o una camicia coi baffi se preferite.
Però non succede, parto veloce ma poi mi rilasso, uso l’arte della fascinazione per ammaliare il pubblico, quell’arte che molti di voi traducono in “sei una puttana”. Ma sarà colpa mia se la direttrice dell’accademia è veneta e lo è pure mia nonna (che regalerà poi un STRONSO dei suoi al direttore del corso) e ho colto la palla al balzo?
Vabbè. Faccio, finisco, e prima di passare al portfolio, una vocina mi chiede di guardare il logo del mio progetto (per chi non mi ama, il mio progetto era una mostra sull’autoritratto che si conclude, appunto con un autoritratto) che mi accorgo, in sede di discussione contenere un errore di digitazione: invece di NARCISSUS, ho scritto NARCISSISUS. Per salvare la faccia e per ribadire che non sono un grafico, ho dato la colpa “alla società cinese che mi ha fatto la grafica”. Concludo, mi becco 7 punti invece che 8 per questa cosa (sono sicuro che qualcuno in commissione fosse gaudente di avermi dato dell’inetto anche in tesi) e finisco la carriera scolastica con un bel 112/110.
Dedicato soprattutto a tutti i prof, delle superiori soprattutto, che mi davano del fancazzista o della nullità assoluta. Come disse Sidonio Hvala, facciamo nomi e cognomi. E mi fermo qui, perchè se scrivo nero su bianco che lo reputo il prodotto di un processo di digestione il cui output finale è un agglomerato di scarti nutrizionali soggetto a forza di gravità in un vaso di ceramica sottoposto all’acqua corrente su richiesta, mi becco una denunzia vero?
La giornata prosegue con un pranzo Family al ristorante, dove, io, sempre convinto dell’understatement, arrivo con la corona da’alloro in testa e mi sento dire Buongiorno dottore e sento la nonna soddisfatta.
(Ah sì, per la cronaca, ho fatto piangere la mamma coi ringraziamenti)

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