la lavatrice, questa sconosciuta


© Andre Bellomo, all rights reserved
Milano, cucina, marzo 2008

Un mistero, un mistero che continua da due anni, da quando timidamente ho aperto quell’oblò per la prima volta nella mia vita. La lavatrice, questa sconosciuta un po’ carogna. Sono stato molto fortunato quando vivevo nel profondo nordest, la mia nonna Diva ci ha sempre spudoratamente e schifosamente viziato. Quel che sapevo della lavatrice era che: era da qualche parte in casa (ci vollero anni prima che sapessi che avevamo una stanza lavanderia) ma non rientrava nelle cose interessanti, che la roba buttata vicino alla porta il giorno dopo era piegata sulla sedia, e che se una maglia diventava modello galeazzi o magalli, ne ricevevo una nuova. Un viziato bimbo, un viziato adolescente e un viziato universitario. Ricordo lo sguardo di scherno di mia madre quando tornavo con la valigia piena di roba da lavare. La risposta di una mamma manager con radici yiddish è il silenzio. Che di solito è presagio di sventure per chi riceve lo sguardo “non-pensare-che-questo-weekend-lo-passi-a-stirarti-la-roba”. Essendo io recidivo, sceglievo le cose essenziali e andavo da nonna Diva. Le camicie arrivavano piegate e incartate, cosa che mia mamma non ha mai fatto, e che mi fa sospettare le solite cose che pensano quelli di 5 anni: di essere stato adottato e che non mi voglia più bene.
Fatto sta che ora, per vivere il sogno dell’allontanamento dalla morte della provincia e dei suoi abitanti, qua non c’è nessuno che mi lavi la roba. Stirare sì, la signora vicino al sushi è bravissima e non costa nemmeno molto.
Partiamo con una considerazione: a scuola guida non ti insegnano cosa vogliono dire barretta, due barrette, fiorellino e cl. Quindi, per il viziato maschio italiano già siamo dinnanzi ad un problema di comunicazione. Come quando ti ritrovi in Giappone e, data la tua evidente ignoranza e pazzia per andare in un posto di cui non sai niente, guardi gli ideogrammi nelle insegne per capire dove sei o dove stai andando. Sono bellini, ma dicono poco, o poco-poco come direbbe Kaori.
Io la prima volta che ho visto i simboli della lavatrice ho subito avuto un pensiero misogino, che ometto, e ho mandato un mms alle mie amiche: dove devo mettere il detersivo? Ricordo ancora la risposta di Clara, lunga 3 sms, che conservo tutt’ora come guida.
Ah già, il detersivo. Riconoscerlo è facile, perchè noi maschi l’abbiamo visto in tv, non per intelligenza. Lo prendi, lo giri e guardi l’etichetta. Sporco difficile (nel senso che è disadattato? intendono macchie di inchiostro o segni di rossetto da nascondere?) 1 dosatore pieno. Bene, io vedo solo un tappo, il dosatore rotondo che c’è nell’etichetta al supermercato io non l’ho visto. Ah, ma c’è anche l’indicazione tappo. 1 tappo = 80 ml. Bene, allora, sporco difficile, aspetta che guardo… 100ml. E’ evidente che si tratti di una serie di prove rituali per entrare in una setta.
Presupponiamo che uno metta detersivo, ammorbidente e disinfettante, con evidente soddisfazione per aver riempito 3 serbatoi con 3 liquidi di colore diverso. Noi maschi ci divertiamo con poco, lo sapete. Ora bisogna fare la parafrasi delle indicazioni della lavatrice. La mia si chiama Zoppas Prima Line, anche se da quanto ho capito è di seconda mano (e non è una battuta). Lì del cassetto ha una serie di lettere dalla A alla R con i programmi, che non capisco, come non capisco la differenza tra lavaggio e prelavaggio. In un epoca come la nostra, in cui abbiamo anche delle cariche politiche volte alla semplificazione, mi domando perchè non possa essere fatto anche per la lavatrice. Cotone, sintetici, lana. Basta. E magari l’indicazione di quanto ci mette. Del resto poco me ne cale. Ah, sì, magari un silenziatore, ho preso aerei di infimo oridine meno rumorosi della mia amica Zoppas.
Veniamo dunque al bucato, cominciando subito a smentire un’antica credenza pubblicitaria: united colors of benetton è una bugia. Che la vostra roba si benetton, h&m o balenciaga, non va messa insieme. La lavatrice è razzista. Ricordo la mia prima divisione di colore. Il bagno sembrava uno stand della pantone. E la mamma-manager che non fa lo sguardo minaccia ma ride, fa una foto col telefonino e va via. Allora ditelo, minchia, che blu grigio azzurro verde nero marrone vanno assieme. Non date per scontato sempre tutto.
Veniamo ora alla cosa peggiore della lavatrice: la maledizione del calzino. Sottotitolo: il rivoltato, il disperso e quello nero.
Il primo sottotitolo richiamerà ai più sporcaccioni una tipica espressione di forte gradimento volto all’orizzontalità, gruppo a cui si iscrive subito il sottoscritto, ma che fingiamo di non cogliere. Io veramente non capisco come sia possibile, avendo più volte dichiarato in queste pagine che non credo alla fisica o alla matematica. Per una questione molto semplice. Ho i piedi grandi, e non uso calzini corti.
Secondo tomo: il calzino sparito. Sempre, sempre e comunque un calzino vi sparirà. Io spero da anni succeda la stessa cosa nell’estratto conto della carta di credito. Giusto una voce, magari la bolletta di fastweb che, causa centrifuga monetaria  che genera uno stargate verso la quarta dimensione sparisce e tanti saluti.
Terzo tomo: il calzino nero in mezzo alla roba bianca. Che poi, altri non è che il calzino che avete perso la sera prima, che ha deciso di sfidare le convenzioni sociali e pastorizie, amando follemente un asciugamano (e quindi stiamo parlando di due maschi) per di pù bianco (e quindi stiamo parlando di due maschi di diversa etnia, per il piacere di Bossi &co.-dove co. non sta per company-). La loro unione, un po’ guduriona nei giri del cestello, vi garantirà quel punto di riflesso azzurrino che fa tanto alba svedese dell’Ikea.
Ho sicuramente dimenticato qualcosa. Forse dentro l’oblò.

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4 pensieri su “la lavatrice, questa sconosciuta

  1. da piccolo passavo ore a guardare l’oblò che girava.
    lo sai che hanno inventato i foglietti acchiappacolore?? Da oggi puoi mettere i colorati insieme?

  2. Qualcuno ha detto che, in ognuno di noi, c’è una parte maschile ed una femminile. Grazie a te, ho appena scoperto la mia parte maschile…quella che si pone i tuoi stessi interrogativi davanti ad una lavatrice. In realtà, ho gli stessi dubbi anche davanti ai fornelli e nei confronti di tutto ciò che riguardi le “faccende di casa”. E dopo tanti anni, mi chiedo ancora come faccia il mio compagno a sopportarmi…ah, già! Sono brava a letto! Nel senso che, riesco a dormire anche tredici ore di fila 😀

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