onirico 31


London, Rover P5 5.2, Aprile 2003

Ho riconosciuto immediatamente quello sguardo. Di caccia. Due bestie che si incontrano e già sanno come andrà a finire. E’ una serata tranquilla, musica dal vivo e birra a costo umano, tipico della provincia. Qua i rincari per il gruppo non esistono, non ci sono liste, tavoli da prenotare e al concerto si sta in piedi, perchè il rock non va mai seduto. Non c’è nemmeno il palco rialzato, la band si esibisce in un angolo del locale, a due sputi (letteralmente) dal cantante. La musica incalza, la serata prende piede, non ti ho rivisto dopo l’entrata, ma sento che sei nei paraggi. Dicono che gli animali sentano la paura, che ci siano delle produzioni ferormonali che identificano la preda anche al buio. Io non sento la tua, avverto la tua suggestiva presenza nei paraggi, ma c’è troppo rock perchè io venga a cercarti adesso. Poi esco a fumare, perchè ho smesso di smettere, ed eccoti lì, come un felino mimetizzato nell’oscurità. Ritrovo i tuoi occhi che sono neri e profondi, fermi che mi fissano pronti all’attacco. Non abbasso lo sguardo in ascensore, figuriamoci quando mi preparo all’attacco. Mi accendo la sigaretta, tu butti fuori il fumo facendomi scorgere i denti sotto. Non so se tu abbia le braccia, gli artigli o le ali. Ci stiamo ancora mangiando, divorando gli occhi. Rinuncio alla mia indole da predatore, rilancio un ultimo sguardo vietato, e rientro dentro. Ti lascio lì e vedo che la cosa non ti ha lasciato indifferente. La band riprende a suonare, oramai il locale è una marea di teste che annuiscono alla musica, lasciando vergogna e savoir faire fuori, vicino ai mozziconi. Bestie coi jeans, bestie in minigonna, gli occhi si chiudono, ci si scontra, e mentre mi scateno, ti arrivo addosso. Mi scuso, ma la cosa non sembra disturbarti, hai decisamente superato la bolla della privacy, vedo troppo bene quella goccia di sudore scendere dal tuo collo su quello scollo a V e perdersi tra i miei istinti più volgari. Non so cosa mi prende, non resisto, i tuoi occhi neri come la pece mi rendono prigioniero della tua bocca, mentre tu ti permetti addirittura di mordermi il labbro inferiore, per farmi capire che non finisce qui. Avverto in me più beat di quanti ce ne siano fuori, ora capisco cosa intendono quando nei documentari parlano di danza dell’accoppiamento, non ci stiamo muovendo a tempo di musica, ma seguendo un altro ritmo, più antico. Siamo pubblicamente troppo avvinghiati,  e mi piace, mi piace sentirti strusciare sul mio petto, e poi che quasi mi strappi la camicia. E mentre la mia mano si spinge più in giù, ti giri di scatto e vai via, controllando se ti sto seguendo. In uno sporco secondo ci ritroviamo sotto la pioggia sottile di aprile appoggiati ad una macchina, e sei in trappola, qui non mi scappi, ti blocco nonostante i vetri di questa siano bagnati e scivolosi. Una macchina che sembra la mia ma non saprei dirlo, quelle sono cose da esseri umani, ed ora mi sento solo un mammifero che lotta, mentre non so più quali siano le zampe tue e le mie, non capisco più dove finisco io e cominci tu. Ti stringo, ti nascondo dal mondo degli altri che ci pare distante anni luce, scomodo, con i vestiti sempre più pesanti e trasparenti per pioggia e istinto. Vedo i tuoi capelli ancora più neri e lucidi, belli, dritti, l’opposto dei miei sempre più ricci, contorti e salvaggi. La pioggia ti sta proprio bene in faccia, me ne accorgo mentre ci fermiamo per un secondo, tu non dici nulla, abbozzi un sorriso guardandomi la barba. Non si sente alcun rumore, se non quello della mia cintura contro il bottone dei tuoi jeans che presto se ne andrà. Ti stringo i capelli e mi graffi la pancia, vedo ancora i tuoi occhi scuri che mi fissano mentre non riesco a tenere aperti i miei.
Il concerto dev’essere finito, sta cominciando a uscire la gente, e, dallo sguardo incazzato di quel pelato, questa non è la mia macchina. Complici scappiamo verso il locale, il rito rock è finito e davanti alla bolgia che prima non ci sentiva e ora non ci può sentire  ormai assordata dai decibel, tiro fuori il telefono. Mi blocchi.
Non sai nemmeno il mio nome, cosa te ne faresti del mio numero?

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