quello che le mamme non dicono e quello che i figli non riescono a dire a voce


Milano, in cucina, Marzo 2010

In questi due giorni ho avuto un’ospite particolare: mia mamma. Da quando mi sono trasferito ufficialmente qui a Milano, non era ancora venuta a trovarmi, ma non per sua non volontà. Per colpa mia, lo ammetto, che ho messo dei paletti stupidi che era ora di far cadere. E così, ieri mattina è arrivata per andare al suo congresso.
Devo ammettere che mi è sembrato strano vederla in Largo Carrobbio, perchè non c’era niente di strano. E’ innegabile che mia mamma stia bene ovunque. Dopodichè, ritirata la sua valigia, sono corso a casa a rendere presentabile il mio rifugio da quella terra che ho abbandonato a fine 2008. Mentre pulivo, mettevo in ordine e litigavo col copripiumone ikea, avevo quell’emozione di quando esci con qualcuno, quel morso allo stomaco del “speriamo di fare una bella impressione”.

Perchè stare qui per me è molto importante, sebbene sia dura, per molte cose. Volevo far vedere che la mia permanenza qui è un’ottimo investimento, che questa è la mia -caotica- dimensione. Quando tutto era pronto, sono andato a riprenderla, trovandola trionfante, perchè sarà il delegato del Nord Italia per l’Ordine al congresso di Roma. Beh ma io lo sapevo.
Ho cercato, nei limiti di tempo e soprattutto nel rispetto di chi era sveglia dalle 4.40 di mostrarle la mia città. Così mi sono accorto che non cammino, che corro, chissà dove. Forse dove sto cercando di correre lo sappiamo bene entrambi, è palese che il mio corpo sia lontano dalla mia testa, che in quei 184 cm da piede a testa passano milioni di anni luce. E lei, ovviamente lo sa.
Il mio rammarico è sempre lo stesso, non riuscire a dire tutto, ma amo la silente comprensione di chi ti ha generato.

Camminiamo, e persi tra librerie e posti in cui c’è il miglior cibo della città, le presento un mio amico con relativa fidanzata. I complimenti la fanno sempre diventare rossa e sorridente, e questa è una delle cose che amo più di lei. Perchè sono io a sapere cosa c’è dietro stavolta. Lei si emoziona per i complimenti, in questo non è mai cresciuta. E quando è imbarazzata sorride. Una persona che sempre, nonostante tutto e tutti presenta alla vita un sorriso, un sorriso vero, il migliore che ci sia. Una delle cose per cui le sono più riconoscente, perchè se riesco a ridere in mezzo alla fogna del presente è merito suo. Corredo genetico, come l’altezza o i nei. Maschero la commozione con un sorriso, e continuiamo la camminata. (da lei ho preso anche il fatto di camminare tantissimo, se non lo faccio ogni giorno impazzisco).

Nel megagiro che volge al termine, passiamo per una traversa che mi piace un sacco e ti fa sbucare in via Dante. Ed ecco che lei nota lo stesso piccolo particolare che guardo sempre anche io. Tra la chiesa di San Tomaso in Terramare e il palazzo vicino c’è un terrazzino-corridoio con le porte murate da entrambe le parti. Ecco da chi ho preso l’occhio per il dettaglio, la curiosità per quello che è da sognare, da immaginare, più in alto, più lontano, più nascosto. E io che avevo la presunzione di essere un curioso autodidata. E tutto ha un senso. Lei questo modo di fare lo ha applicato in tutto, nel lavoro, passando negli anni da assistente sociale di circoscrizione ad essere dirigente di un’intera area sanitaria, nelle vacanze, portandoci in spiaggia il minimo indispensabile e sempre in posti nuovi, diversi, lontani, nella crescita di me e mia sorella, capendo la diversa ugauglianza di noi due, cogliendo i dettagli e supportandoci in quelle certe piccole cose che ci hanno reso due bambini che non hanno paura di farsi il mazzo, di mettersi in gioco e di rialzarsi, sempre.

Poi ci ritroviamo a cena, in un posto un po’ turistico per un blasè rompiballe come me, e pur non conoscendo un particolare dell’ultima pseudostoria conclusa, azzecca la diagnosi. Io dribblo (pur non sapendo cosa significhi a livello calcistico), lei dice ok, cambiamo discorso. Effetto metal detector: come se avessi avuto un po’ di dinamite sotto l’impermeabile, beccato subito al check-in. Cerco di dire due frasi, ma sento ancora il tritolo in mezzo al petto, non ci riesco. Rispetta il mio star zitto, fil-rouge del non crollare in un posto così cheap (l’atteggiamento da snob no, non l’ho preso da lei).

A casa presto, mi dice “esci pure, io vado a dormire”. Ovviamente non l’ho fatto, per quanto viva da solo da anni ormai, devo dire che mi piaceva l’idea di avere la mamma che dormiva di là. Così poi sono andato a dormire pure io. Come un sasso, incredibile.
Stamattina ci siamo svegliati presto, abbiamo fatto colazione con le pastine più buone del Naviglio, perchè amo far cominciare bene la giornata a chi voglio bene. Altro giro, destinazione stazione, domani deve essere a Bolzano.

In quanto madre globe trotter, sa benissimo che io sono stato capace di andare sul tetto del Duomo, ma che mai mi sarebbe passato per la testa entrarci. E così, mi porta in una chiesa. Io e mia sorella la prendiamo sempre in giro per questo, penso di aver visto tutte le chiese della Francia. 7 anni di vacanze in Francia consentono di vederle tutte, credetemi. Il Duomo è spettacolare, anche se non riesco a sentire nulla, almeno fino a quando lei prende e accende una candela. Sempre sorridente ma concentrata, e io quasi invidioso, perchè non credo, e mi piacerebbe. Ho provato anche a essere buddista, ma è durato una settimana. Ho girato anche i templi scintoisti del Giappone, ma niente. Un giorno proverò ad esplorare quella goccia di sangue ebreo che c’è, in fondo conosco la cultura yiddish meglio di quella cattolica, nonostante 9 anni di oratorio. E lei per mezzo minuto non c’era, era da un’altra parte, forse a salutare qualcuno che a me manca tantissimo.

Di nuovo in libreria, io che ho il dono del lamento, dico che non trovo un libro che sia minimamente interessante. E anche qui, fa come ha sempre fatto: non s’impone, mi lascia girare e farmi trovare dal libro giusto per Andre versione 14 marzo 2010. Sono indeciso tra due, che vuole regalarmi e alla fine patteggiamo per uno. E anche qui, mi tocca rendere omaggio. Se rientro negli heavy readers italiani (e credetemi, non ci vuol molto) è merito suo. Se alle elementari mi sono letto tutta la collana degli Istrici della Salani è merito suo. Se sono riuscito a collaborare a due libri, è merito suo. Se il mese prossimo esce il mio primo articolo su una rivista, è merito suo. Se è vero che so più o meno scrivere in maniera decente, è merito suo. E la strategia è sempre la stessa: mai imporre niente, dare solo fiducia.

Arriviamo al treno, mi regala un bacetto perugina (io l’avevo dimenticato al bar per fare il provolone) e ricordandomi che devo scrivere la tesi (modalità mamma rompiballe attiva 12 secondi) mi bacia, abbraccia e dice: grazie.
Lei a me?

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6 pensieri su “quello che le mamme non dicono e quello che i figli non riescono a dire a voce

  1. Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna. E dietro un “Bellomo”, non può che esserci lei. *hug

  2. si sentono le parole che volano………….

    ps.ma allora la questione delle chiese perseguita pure te! “ogni chiesa nuova un desiderio…”? Forse dovremmo iniziare a esprimerli…se tu non lo fai già…

  3. uuuaaaaggghhhhhhhh
    se mio figlio mi scrivesse una cosa così sarebbe sufficiente a giustificare la mia intera vita.
    che donna fortunata!
    poi ovvio che se lo merita.
    ma un buon feedback non è mai scontato. figuriamoci uno stellare…
    m’avete fatto piangere. tutti e due. accidenti.

    1. uuuuuhhhhhhhh! trattasi di ipersensibiltà da mamma in fieri! 😀
      Allora domani chiamo la mia e la sgrido per aver fatto piangere la mia guru!
      In fondo si sa, è sempre colpa delle mamme!
      😛

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