Un’esplosione di 13 ore


Le coincidenze mi riportano alla mente questo, che non è inedito, ma che è un pezzo, o meglio una seire di pezzi a cui tengo molto. Signori e signore, a voi il Teatro e gli effetti su di me.

Sono appena tornato. 13 ore in teatro. Sarei stato lì dentro per altre quattro.
Quando entri in un teatro per lavorarci, è entrare in un’altra dimensione, è un’ esperienza polidimensionale. La porta degli artisti fa toc pesante, tu rimani fuori, e comincia a veleggiare il tuo essere.
L’odore del legno del palcoscenico con i suoi scricchiloii, i fari incandescenti ti fanno morire dal caldo, la scenografia segna il tuo universo.
Che sai che non è reale, ma una rappresentazione di qualcosa, come una fotografia, in cui puoi muoverti, parlare, sudare, sognare.
Sei quella luce, quel suono, quel movimento, ma anche quella vite, quella corda, quel tastino sul mixer. Sai che sei lì, strumento narcisista per gli altri.
L’emozione che dai ti spinge come un’onda inferocita, ti fa fare tre capriole su te stesso, e arrivare in spiaggia col culo all’insù, pieno di sassolini.
Non sei Andre, non sei Jack, non sei Erika, non sei Chiara, sei una microparticella di un incantesimo visivo. Sei un globulo rosso che porta ossigeno dalla mente al cuore, dal cuore alla mente, e di nuovo al cuore. Non ci sei, eppure sei lì.
Diventi un sentimento, presente quanto intangibile, forte quanto etereo, immediato quanto atemporale. Inspiri luce, butti fuori paradiso, continuamente.
Io ricordo il mio primo palco.
Era quello dell’oratorio, avevo 5 anni. Era una scenetta brevissima, praticamente una barzelletta. Tre dispersi nel deserto, partivano assieme verso un secco d’acqua. Il primo diceva “acqua, acqua, acquaaa” e dopo due passi a gattoni, s’accasciava. La seconda, uguale, “acqua, acqua, acquaaa… quattro passi e zac! a terra. Io, il terzo, “acqua, acqua acquaaa…”, ci arrivavo, e, invece di bere, prendevo un pettine e mi mettevo a posto i capelli a spazzola. Stramazzando subito dopo.
Sento ancora il mio cuore prima di entrare in scena. Bum bum bum bumbumbum bum bum bum. L’adrenalina era una nuova sensazione che mi devastava. Tocca a voi. Tocca a me!
Quel mettermi a gattoni fu un inchino inconsapevole per un mondo che mi avrebbe affascinato e che avrei amato tutta la vita. Cercavo mamma e papà in sala, ma il faro non mi faceva vedere niente. Il mio cuore era a mille, l’incantesimo era cominciato, il palcoscenico mi calamitava. Viene il mio turno di fare il moribondo, sento gli occhi del pubblico addosso, la suspense senza sapere cosa fosse, il mio momento infinito di essere nel mondo. Faccio la mia scena. Non avevo paura, per me era divertentissimo. Il pubblico scoppia a ridere. Ridono per me, sono il protagonista, lì disteso con gli occhiali da sole neri a guardare il soffitto del palcoscenico, cercando di non ridere.
Ho avvertito una forza sovraumana per un bimbo di 5 anni, un’immediata dipendenza per quelle risate, per quegli applausi scroscianti. Io, io ero io!
Fu lì che decisi che dovevo fare l’attore. E ci ho creduto per un sacco di tempo, fino alla fine delle superiori. Poi una lunga pausa, sapevo che qualcuno a casa non gradiva la mia teatralità, e io in un periodaccio, ho messo da parte la fiducia in me e ho messo via il mio cuore.
Oggi l’ho ritrovato.
Lì, bello, enorme, rosso, pulsante, elettrico, luminoso sotto quel faro messo a 100, spiccare dalla scenografia e dal buio in sala.
E’ espoloso, io sono esploso, non c’era più nulla, non c’ero io, non c’era la scena, non c’era il teatro, ma una forza luminosa e calda, fatta di mille particelle.
Sono esploso, il mio amore per il palcoscenico… è esploso di nuovo, io ero e sono una particella, tanto piccola quanto importante nel disegno dell’universo, in sintonia col mio corpo, con la mia anima, col mio cervello, con chi fui, con chi ero, con chi sono stato, con chi sono, con chi sarò, con chi sarò stato.
Mi sono frantumato e ricomposto in un incantesimo con le quinte.

Paradiso Perduto, Teatro S.Giorgio, Novembre 2007
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