Il giallo della Signora – Mistero al bar


Ci risiamo. Come ogni autunno, in paese fanno la festa delle castagne, e tutti si ritrovano al caffè per organizzare la festa.
Sergia, la barista, mi stava preparando il tè, quando d’improvviso sento un urlo da dietro il banco. Dovete sapere che la Sergia è nota per i suoi urli baritonali da quando siamo andate con la parrocchia a Gardaland, in quella giostra dei tronchi, quando arrivando alla discesa ne ha tirato uno alla Pavarotti spaventando tutto il fan club del parroco.
Potete quindi immaginare senza sforzo che un suo urlo da dietro il banco ha fatto scattare due antifurti e mandato in tilt l’apparecchio acustico del signor Rolando, fiorista e ballerino, nonchè zimbello del borgo.
Fatto sta che la Sergia, recandosi in ghiacciaia a prendere il latte con scocciata professionalità, si è trovata davanti alla scena che mai avrebbe voluto vedere. Suo marito Gustavo, il macellaio della Coop vicino all’edicola, ammanettato alla mensola in canottiera e mutandoni, privo di sensi.
Sembrava non mancare niente, a parte 2 boccioni di vodka alla pesca, intruglio così poco gradevole alla clientela, che la Sergia pensava di regalare a Umberto l’edicolante per Natale.
Il fa diesis della barista risveglia il marito, che, risvegliatosi impaurito, perde l’uso della parola.
-Jessica, corri! mi dice, e io, che d’impiccio me ne intendo, accorro.
-Gustavo non parla, sono spaventata! Che posso fare?
Le dico di non toccare niente, e di portare carta e penna, così da potergli permettere di scrivere quello che era successo.
-Jessica, non funziona, mio marito è un analfaebete, adesso ne ho le prove, mai un biglietto, mai un lettera di amore, nemmeno la A, in 35 anni di matrimonio.
E così Gustavo si prende un ceffone matrimoniale, e perde nuovamente i sensi.
Rolando, il fiorista assiste a tutta la scena, e appena il macellaio sviene si offre per la respirazione bocca a bocca. Ma non appena la Sergia vede che la manovra viene eseguita alla francese, scaglia il dispenser di Ciobar addosso al fiorista, che cade rimbalzando sul suo enorme naso canuto. Per il rumore, Gustavo si risveglia, ma non parla.
-Signora Teresa, chi l’ha fatta entrare? -disse con sgomento la Sergia- per una volta si renda utile, vada a chiamare il tuttofare Achille per togliere le manette!
Liberato Gustavo, arriva il commissario Sidoni, che appena mi vede alza gli occhi al cielo con insofferenza.
-Chi è stato ad amanetarla (il commissario non conosce l’uso delle doppie, ndj), parli!
-Commissario, la vittima ha perso l’uso della parola, ma non quella dello sfintere, si può aprire una finestra?, disse la signora Teresa, che si teneva buono l’inetto perchè aveva perso il passaporto e sperava di riaverlo gratis.
La Sergia sviene dalla vergogna, e mi fa notare un particolare: sembra un proiettile, ma qui non ci sono stati spari. Lo raccolgo con un centrino in plastica e lo porto in commissariato per le analisi. Come al solito, al mio arrivo non c’è un buongiorno o un salve signora, prego mi dica da parte di quel buzzurro del commissario, ma un
-E adeso cosa abiamo signora Fletcher?
-Ho trovato questo sul luogo del crimine, mi sembra un proiettile.
-Odio ameterlo, ma lei à risolto il caso. Si trata di pagamento di pizo alora!
-Pizzo? E perchè mai uno strozzino dovrebbe ammanettare il marito della barista che nulla c’entra con l’attività?
-Un avertimento
-Dice? Non mi quadra, gli strozzini hanno tecniche più sofisticate, come Trenitalia.
-La smeta di vedere tuto complicato, il caso è risolto finchè Gustavo non ritrova la parola. Grazie e buongiorno.
-Ma…
-Buongiorno, signora.
Decido allora di telefonare all’interno 28, quello delle analisi, dove lavora il buon Marcello, per impicciarmi, e uscendo, frego la sella al commissario Sidoni.

Il giorno seguente mi suona il telefono, Marcello mi dice che non è un proiettile, ma un dente. Un dente? In acciaio? Forte di pregiudizio, salgo sulla Panda e mi dirigo verso Baraccopoli.
Ad accogliermi c’è Ibiza, un nomade dell’est. Dico che mi manda il Comune, per vedere chi ha più carie tra i nomadi, perchè i fondi sono pochi, e può essere curato solo uno di loro. Dopo avermi fregato la borsa e il portellone della macchina, il clima è subito gioviale e incomicio le indagini.
Zero. Zero denti di ferro, ma solo denti d’oro, alcuni di essi ancora con le date delle nozze sopra o i nomi degli sposi a cui sono state rubate le fedi e poi fuse.
Sconsolata, decido di fare la strada panoramica, che mi fa passare per quel passaggio a livello che dura venti minuti, proprio vicino all’auditorium dove provano gli Amici di Maria Maddalena.
Sento la direttrice sbraitare, e decido di fare una deviazione. Nell’auditorium, però, non ci sono le giovani promesse a cantare, ma le vecchie conferme, ossia le suore.
Suor Alberta in mezzo, come sempre. Suor Giada cerca di far partire l’apparecchio acustico, che sembra essersi rotto. Si accorgono di me, e mi salutano.
-Che succede Giada?
-…
-Giada?
-…
-L’è partito l’apparecchio, Jessica cara. -mi dice Suor Alberta, che non mi può vedere da quando ho vinto la sua Panda a carte- Qualcuna, nelle retrovie, ha sibilato talmente forte che ha incrinato l’occhiale Prada Ratzinger di Suor Gioviale e spaccato l’amplifon di Suor Giada.
-Oh, che brutto momento ho trovato per venirvi a fare una visita, sono costernata!
-Sì, ciao Renata, dice Suor Giada. Poverina, tra alzheimer e sordità, quella non è una bella vecchiaia.
Esco. Ora ho capito chi può essere stata.

Prima che la parrocchia fosse quotata in borsa, gli unici entroiti erano dati dalla pesca di beneficienza e dalle offerte. La pesca di beneficienza serviva a ribadire il concetto di fede nel senso che “prima o poi vincerai” ma soprattutto per arredare l’ala ovest della parrocchia, quella vietata al pubblico.
Insomma, prima della scala mobile per entrare in Chiesa e dei banchi col plasma, ai tempi della guerra, il tuttofare Achille era anche il medico della struttura, e si arrangiava come poteva. La sua prima paziente fu la sua infermiera, Ciolanka Sbilenka, ragazza alla pari claudicante. Ebbene, Achille riuscì a raddrizzarle la camminata innestandole il telaio di una Graziella avanzata alla pesca.
Tornando a noi, una sera alla festa delle fragole (la versione estiva di quella delle castagne), Achille mi faceva vedere le foto fatte al concorso di Miss Perpetua, appena sviluppate nel centro tipografico dello scantinato. D’un tratto, una foto bruciata dalla luce.
-Ah, Alexandra, devo cambiare i denti che impiantato a quelle due, mi hanno fatto riflesso al flash e la foto è da buttare.
Cerco di non pensare al fattoc he mi confonda con mia sorella che non consce e mi concentro sulla foto.
Non si vedeva bene quale delle due suore fossero, ma la stazza stringeva nettamente il campo a 2 indiziate: Suor Enza e Suor Aldina.
2 suore dal dente di ferro. Di cui la prima traesferita all’outlet della parrocchia e una dal fisico alla Magalli (qualche maligna del fan club del parroco dice che sia proprio la sorella), custode della sala giochi, fortezza inacessibile del gioco di contrabbando.
Non per me. Se ho vinto una Panda a carte contro una di loro, posso rientrare là dentro, il codice lo so, 1-3-D-I-O.
Apro l’armadio e… vodka. 2 boccioni, di cui uno vuoto. Scatto due foto con una fotocamera d’ultima generazione anch’essa proveniente dalla pesca e ormai nella mia tasca, destinata a quel citrullo di mio nipote Grady per Natale.
Le scarico nell’internet-point dell’oratorio, e le spedisco al commissariato, firmandomi “una compaesana”. Il giorno dopo, il giornale del paese titolerà così.

“E’ stata la segnalazione della signora Compaesana Una, a risolvere il mistero della signora Sergia che trovò ammanettato il marito Gustavo in ghiacciaia.
Il furto dei due boccioni di vodka imbevibile è stata opera di Suor Aldina, in stato di fermo da ieri sera per guida di bicicletta in stato di ebbrezza. Pare che l’imputata abbia risposto al commissario Sidoni con un rutto sibilante.
Tuttavia, Suor Aldina sarà scagionata e prosciolta nonostante le prove, in quanto al momento del’identikit, il signor Gustavo ha fatto scena muta prendendosi un manrovescio dalla consorte.”

E poi dicono che la vita in paese è noiosa.

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