L’avvento dell’avvento


Ieri notte saluto l’arrivo dell’insonnia (e fin qua, ormai nessuno si scandalizza) e di cogitazioni sulle feste, che hanno avuto come centro il Natale. Il tutto è cominciato da un pseudo rap che rappai (ma esiste sto verbo? e soprattutto, al passato?) coi “grandi” allo spettacolo di Natale in oratorio. Era una cosa tipo:

“Sai cos’è Natale che non è più Natale
adesso è solamente una festa commerciale,
la gente va di fretta,
non c’è più religione,
solo la sigaretta
e la speculazione.
Aspettan i bambini un regalo solamente
e per Gesù bambino il mondo è indifferente…”

Il resto è oblio, o censura mentale, fate voi. Oltre ad un applauso agli autori (la trictrac band, I suppose), per lo schema di rime aa bcbc, e oltre a ricordare che io due giorni dopo a pranzo ho costretto tutti gli under 10 a cantarlo a tavola (perchè entertainer e rompipalle si nasce), mi è venuto un po’ di malinconia, o forse è meglio dire tristezza, non trovo la parola giusta.
Poi, nel mio iPod mentale, una foto, che ho cercato tutta la sera e non trovo, dev’essere a casa di papà. Io e mia sorella seduti davanti all’albero. Gli occhi ci brillavano più delle decorazioni (e credetemi, a casa mia non si è mai stati minimal a Natale, jamais!), era veramente la festa delle feste, lo spirito era inebriante, aprendo la porta si entrava nel Natale.
Tutto merito di mamma, che esorto tutt’ora a cambiare mestiere, a diventare una Christmas Designer. Dagli alberi che diventavano il fulcro di tutto il piano, alle decorazioni, alle candele, ai colori, alle tovaglie, alle finestre. Ai nostri occhi era tutto incanto, era come un film. E sicuramente non era ad un film che si è sempre ispirata, lei è una di quelle persone che il Natale ce l’hanno dentro, è uno dei modi in cui l’amore strabordante che ha incontra la creatività. Ci ha affascinati, stregati, ci ha fatto vivere il Natale migliore che un bimbo possa desiderare (e dopo queste belle parole, direi che per il 2008 siamo a posto).
Ricordo quei dicembre, ricordo i calendari dell’avvento, ricordo comprare l’albero, le palline coi Puffi e i personaggi Disney, ricordo le decorazioni che si andava a comprare in Austria, ricordo decine e decine di pacchi sotto, ricordo il presepe nel sottoscala.
E anche quando mi è stato fatto notare che ai tempi di Gesù non c’erano le micromachines, e quindi era il caso di togliere i veicoli, e soprattutto di farlo scendere dalla Y10 bianca.
Ricordo le letterine a Babbo Natale, ricordo il caffelatte lasciato per Santa Lucia e l’acqua per il suo somarello (ma poi è vero che ha sto somarello o se l’è inventato mia mamma? Fatto sta che non me lo sono mai chiesto, la mattina i biscotti, il caffelatte e acqua non c’erano più e questo a me bastava), ricordo le proteste per l’Epifania che tutte le feste porta via. E il carbone di zucchero che la Befana andava a comprare in una pasticceria di Cividale, che ogni anno arrivava puntuale e che io ogni anno speravo fosse vero per mia sorella.
Ricordo le furiose litigate a scuola con i compagni di classe che non ci credevano perchè me l’ha detto mia mamma, e allora tua mamma è bugiarda, antipatica e brutta (lingua biforcuta, sempre).
Ricordo che ho anche pianto quanto ho trovato mia mamma a impacchettarci i regali chiesti al signore barbuto in livrea rossa, e quando le ho detto che non l’avrei detto a Vale (che da sempre più sveglia di me, l’aveva già capito e continuava a fingere di crederci. Un mito).
Ricordo la messa di mezzanotte, tortura imposta ai miei per poter scartare subito i regali, ricordo che a messa stavo coi grandi così non mi si poteva vedere mentre pensavo a Babbo Natale che entra nel camino e mi lasciava i regali sotto l’albero.
Già, i regali. Oltre a quelli di Babbo Natale c’erano quelli enormi di mamma e papà, quelli assurdi della zia Vivianna, quelli orrendi di zia Annalisa, quelli presi a fine novembre dalla nonna dIva(con divieto d’apertura) che si scocciava ad andare in centro col casino, quelli suggeriti al Babbo Natale che andava in via Valeggio, dai nonni Betta e Gigi.
Ricordo i pranzi maestosi, il tavolo o l’angolo Vip di noi piccoli, le portate, il libro degli ospiti, la carta dei vini di papà, le torte di nonna Betta, i mandarini ripieni di gelato presi dalla zia, le partite a nascondino tra un piatto e l’altro, e soprattutto i miei spettacoli, preludio a quelli di capodanno.
Ricordo i tg, le imitazioni, le canzoni, il musical su mia zia e mio quasi zio, le scenette. Ricordo che scrivevo i testi sul quaderno a righe con la copertina grigia e arancione, ricordo che alla fine i miei cugini dicevano(o meglio erano obbligati a dire), un pezzo a testa, spettacolo e testi-a cura di-andre-bellomo.
Ricordo purtroppo anche una faccia scura tra i sorrisi (forse stremati) dei commensali, quella di mio papà, che sembrava non capire, non gradire la mia “arte”. Ma questo è un ricordo piccolo come un ago caduto dall’albero, che sebbene ormai sia rinsecchito, punge ancora un po’.
Poi crescendo si rovina tutto. Cominciano i conflitti generazionali, le insofferenze coetanee coi cugini. Il problema è quando cominci a rimanere seduto al tavolo ad ascoltare i grandi. E’ quello che complica tutto. Allontana e ferma il tempo, non giochi più perchè non hai voglia, come non hai voglia di stare lì coi grandi.
E la pallina cade, si rompe, rimangono pezzi e il gancetto appeso all’albero.

La mia insofferenza per il Natale sono i pezzi a terra, i pezzi di qualcosa che era rotondo, ben illuminato, e visto, vissuto come perfetto. La pallina non c’è più, come la mia famiglia unita davanti al camino, come la nonna e il nonno seduti dall’altra parte del tavolo, dietro il centrotavola con le candele accese.
Come in qualsiasi pubblicità da detersivo che si rispetti, 2 fustini Natale in cambio del Natale classico non sono la stessa cosa. Per questo a me il Natale fa questo effetto insofferenza.
Ma non sono importanti i pezzi, importante è proprio quel gancetto, quella strana S di plastica verde.
Che mi tiene agganciato all’albero, a quei Natali, alla mia infanzia.
Che mi tiene agganciato alle canzoni, alla carta dei pacchetti, alla cioccolata calda.
Che mi tiene agganciato a ciò che ho creduto, vissuto, sognato.
Che mi tiene agganciato a chi ho amato e continuo ad amare.
Che mi tiene agganciato a quell’atmosfera, a quel senso di protezione, di favola.

Quel gancetto che, dopo anni, mi tiene agganciato ad un ricordo preziosissimo, di valore inestimabile, nonostante costi due lire.

Udine, casa di mamma, Dicembre 2008
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2 pensieri su “L’avvento dell’avvento

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