Pensarla diversamente


La mia giornata oggi è cominciata alle 6.24. Ero talmente preso dall’emozione della presentazione del libro che sono arrivato in studio un quarto d’ora prima. Ci tenevo e ci tengo particolarmente a questo libro. Parla del valore delle diversità, nell’ottica del business. La nostra presentazione era ospite di Parks, associazione no profit che nasce in questi giorni. Ho ascoltato molte case histories di aziende, e sono stato colpito particolarmente dal video introduttivo di IBM. Persone di diverse etnie, colore, credo, genere e orientamento leggevano quello che potrebbe suonare un normalissimo codice etico dei giorni nostri. Peccato fosse stato scritto nel 1953. In mezzo a delle slide terribili e ad avvisi di aggiornamento continui che comparivano a schermo mentre il mio mac rideva (l’unico in tutto il circondario, visto che mi trovavo all’IBM Forum di Milano) ho addirittura notato emozione nelle parole di chi parlava della sua storia.

Uno dei messaggi che più mi è piaciuto è stato quello sul come intendere e trattare le diversità. Non dal punto di vista ideologico o politico, ma dal punto di vista più pratico: consentire a tutti di potersi concentrare sul proprio lavoro, consentire a tutti di svolgere un’attività chiunque essi siano, qualsiasi siano il colore, la forma, le abilità e le disabilità, qualunque cosa vivano e in qualsiasi cosa credano. Un discorso che secondo me potrebbe essere benissimo applicato alla vita in generale.

Soprattutto in terra natia, mi sono sempre considerato un diverso, non sono mai riuscito, pur provandoci, a rientrare negli schemi mentali, lavorativi e sociali di quel posto. Perchè lì ho sempre vissuto la mia diversità mentale come discriminatoria, e il mio legame con quella terra è solo l’amore che ho verso parenti (non tutti) e amici. Per il resto, tutto il potenziale è sempre stato sminuito, incompreso e giudicato. Un esempio: finisci l’università, e notando nel cv diverse esperienze nella formazione e qualche lingua straniera, ti dicono che saresti perfetto per lavorare in un grande magazzino, visto che siamo una regione di confine. Ora, nulla di sbagliato nel piegar maglie, ma forse, se mi fosse piaciuto, non avrei investito tempo (mio) e molti soldi (dei miei) nello sviluppo di altre capacità. Perchè è vero, sono tutto software e poco hardware: la forza di una terra come il fvg è nella dedizione al lavoro, nel senso pratico delle persone. E se sei uno che lavora con la testa, beh, è difficile che ti capiscano, perchè l’idea generale di noi comunicatori lì è “gente che fa volantini”, e che tutti siano in grado di farlo, da soli (perchè i friulani fanno tutto da soli, hanno anche un modo di dire che purtroppo non saprei riportare perchè a casa mia, per evidenti ragioni di provenienza geografica dei miei nonni, si parla italiano per capirsi tutti) e senza sprecare soldi. Il che è lontano anni luce da tutto quello che ho studiato e in cui credo. Altri due esempi, e poi smetto perchè vado fuori tema e sembra che stia qui a tirarmela. Ma sto solo cercando di far capire il mio punto di vista, davvero. A 12 anni, d’estate passavo dei giorni in studio da mio padre. Quando sotto i ferri c’erano dei bambini, io andavo a mettere il cd con le colonne sonore della Disney. L’infermiera mi guardava come un povero pirla, ma il minipaziente entrava e usciva più rilassato. 14 anni dopo, quando insegnavo inglese, usavo il teatro per far fare practice speaking ai miei studenti. La mia collega mi ha odiato per un semestre intero. Perchè loro ridevano tutte le due ore. E con lei si rompevano le balle.

Tornando a oggi, ci sono state anche delle cose che mi volevano far alzare e puntare il dito come fa Mafalda. Si è parlato tanto di offrire le migliori condizioni per evitare la fuga di cervelli, per sfruttare positivamente il valore della creatività e tutti i plus che i protagonisti delle diversità possono apportare ad una azienda. Tutte frasi bellissime e chart convincenti (sebbene, ripeto, orribilmente noiose), ma che all’atto pratico, mi spiace dissentire, non vedo. Il problema non è la fuga dei cervelli dalle aziende, il problema è il filo spinato che le aziende mettono attorno al proprio cancello, in modo da non far entrare questi cervelli. Lo ammetto, è una dichiarazione quasi populista e sicuramente emotiva. Perchè il mio contratto di sfruttato consenziente è finito. E non verrà rinnovato.

Proprio così. Oggi, per l’ultima volta, sono salito al quinto piano. E devo dire che proprio mi dispiace. Perchè avevo trovato un ambiente stimolante in cui mi ritrovavo a condividere molte cose (a parte il trattamento economico del sottoscritto, ehheeh). Credo sarà molto difficile dover imparare a usare un linguaggio di comunicazione interna ed esterna diverso, sono totalmente credente e innamorato di questo benedetto edutainment. E per linguaggio diverso intendo vecchio, stantio, basso se parliamo di cultura aziendale. Perchè mi sembra che tutte le cose che ho imparato difficilmente saranno applicabili in contesti meno illuminati. Ho imparato veramente tanto e sicuramente avrei potuto apprendere di più, e se fossi stato messo nelle condizioni di farlo, di generare ancora più valore dalle cose che stavo seguendo. Però mi rifiuto di concludere questa mia esperienza in modo triste e disperato. Non capita a tutti, in 3 mesi, di seguire la parte web di un successo editoriale, inventarsi la vita dei personaggi del libro su facebook, creare un evento, assistere alle riprese di un filmato istituzionale e trovarti grazie alla grande fiducia posta in te a gestire da solo l’ultimo giorno di riprese tra proprietari, troupe e registi di altissimo livello, fare aula col tuo boss per un colosso del caffè, aggiungere le vicende di un quarto personaggio del libro vecchio (sebbene non ancora pubblicate, mi si scusi la polemica, ma quando ce vo ce vo), curare il lancio di quello nuovo nonchè ricevere la possibilità di essere il redattore del blog correlato, firmando gli articoli, e inventarsi le dinamiche teatrali della presentazione di oggi.

Quindi, in nome di tutto ciò che ho vissuto negli ultimi tre mesi e oggi, non chiudo con un piagnisteo, ma diversamente guardo tutto ciò che sono ruscito a costruire, e non il sudore che è servito. Riesco solo a guardare avanti, come facevo sul tetto della jeep quest’estate nella mia amata Sardegna nella foto che vedete qua sotto. Non so da dove se ne esca tutto questo. Un grazie grande, di cuore, a braccia spalancate a P.G. e A.N., senza i quali tutta questa crescita professionale, emotiva e umana del sottoscritto, non ci sarebbe potuta essere. E’ poco aziendale da dire, ma credo di volervi proprio bene.

Sardegna, sul tetto della jeep, Agosto 2009
Annunci

8 pensieri su “Pensarla diversamente

    1. Ciao Greta!
      il libro di ieri si chiama aBBabusiness, dovrebbe essere già nelle librerie.
      Se invece parlavi di quello coi personaggi che vivono su facebook, si chiama Zzzoot, fulminati in azienda ed. Sole 24 Ore!

  1. Accidenti And, se in questi mesi non fossi diventata una tua fan non avrei mai scoperto questo post.
    Un post che mi ha commossa, te lo devo dire, perchè non sono proprio abituata a sentirmi dire grazie, soprattutto se, davvero, non ho fatto proprio niente per meritarmelo.
    Il fatto è che in questo paese siamo talmente abituati ad essere invisibili, talmente abituati ad essere ignorati, se non addirittura avvezzi a ricevere calci nei denti, che ci stupiamo del nulla.
    Io mi sono limitata a trattarti da essere umano. A rispettare la tua persona e le tue competenze e la tua esperienza personale.
    questo credo sia dovuto a tutti di default (ci si può sempre ricredere con gli immeritevoli. Senza perdere granchè).
    Rimango male alla notizia che non sarai dei nostri l’anno prossimo o forse dovrei dire dei loro perchè magari non ci sarò nemmenoi io. A volte mi scoraggia vedere i profeti della contaminazione arrendersi davanti alla paura di non riuscire a far quadrare i conti.
    Io credo che dentro una fucina creativa se ognuno si adopera per lavorare seriamente ai progetti in essere e contemporaneamente per creare nuove opportunità di lavoro per se stesso e per il gruppo, senza fatica ci si paga tutti lo stipendio.
    Anyway questa è la mia vision ma io non sono un partner.
    Al tempo stesso però ne io ne te dovremmo aver paura. Nel terzo millennio quello che più conta è essere curiosi, impavidi, seri e volenterosi, oltre che, “radicalmente” educati.
    Se a queste caratteristiche poi si aggiunge anche del talento non c’è davvero da temere nulla.
    Se il tuo 2010 non è in una mela è perchè magari nel tuo destino c’è ben altro. Magari un bel semaforo (aspettando che l’omino diventi verde) in tutte le sale cinematografiche – sarebbe un soggetto perfetto per un film o una fiction – o in tutte le librerie.
    insomma di che ti preoccupi.
    Io per quel che conta non smetterò di seguirti.
    Really pleased to meet you.

    1. Pat, ora il commosso sono io!
      Condivido totalmente tutto ciò che mi scrivi, davvero. E continuo a ribadire che il grazie ci sta tutto.
      E’ vero il 2010 non sapremo come sarà, e a dirla tutta, mi va bene così, davvero. Se poi il semaforo diventa qualcos’altro vorrei che fosse chiaro nel contratto che solo io potrò interpretare la mia parte 😛

      ps: non lo so… ma visto che il materiale consegnato è ancora inedito (…) per un po’ ci sarà il mio zampino 😀

      pps: ri-commozione del presunto autore, aprire i boccaporti!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...