40 km, un grande libro e nove capitoli


9.12.2006

Com’ è difficile cominciare questo post.
Stamattina stavo tornando a casa da Trieste, mi arriva un messaggio. Mamma chiama alla base, il nonno si è aggravato. Già in autostrada, decido di dare fondo a quei dieci euro che tanto avevo già perso mettendoli nel distributore automatico dell’Agip.
In quei quaranta km ho trovato un traffico da esodo estivo, ma non sulla strada, nella mia testa.
In quei quaranta km ha piovuto a dirotto, ma non fuori, dentro la mia macchina, sulla mia faccia.
In quei quaranta km la musica era forte, ma non dal cd, i pensieri mi facevano sanguinare le orecchie.
Arrivo all’ospedale, e lascio distrattamente in auto portafoglio e lacrime grosse.
Tutto d’un pezzo salgo in reparto, trovando la mamma a pezzi.
E’ come fingevo di non voler capire. E’ come mi sono già preparato la scena. E’ come vaffanculo non dovrebbe essere.

“Entrate, il medico dice che sono gli ultimi minuti”. La forza che non credevo di avere continua a sostenermi, cammina per me e arriva dal nonno, mentre il nonno se ne va.
Stringo una mano che non può più stritolarmi come quando ero bambino, una mano che c’è, ma non c’è.
Stringo, abbraccio, bacio sulla fronte il mio unico nonno, per l’ultima volta.

Il libro più grande che ho letto è lì, davanti a noi, suoi capitoli riuniti in un abbraccio di 9 persone.
Capitoli diversi tra loro, capitoli nuovi, capitoli che già sono definiti, capitoli che stanno crescendo, capitoli che si stanno unendo, capitoli che si stanno smussando, capitoli che capiscono, capitoli che non capiscono e vorrebbero capire, capitoli che avendo capito, non avrebbero voluto farlo, capitoli che si ritrovano, si stringono, capitoli che fanno sentire parole senza aver bisogno di leggerle.
Rilegati all’antica, con una rilegatura più forte di questa inspiegabile vita, che il dolore non sfilaccia, ma rinsalda.

Era da un po’ che pensavo a questa inevitabile eventualità. Sarà per questo che tutto sommato mi pare di averla presa bene. Avevo già scritto e detto più volte quanto mi faceva incazzare l’avida vecchiaia. Al punto che potesse sembrare che ce l’avessi col nonno. Ma non è mai stato così. Che senso avrebbe?
Tuttavia rimango fermo nel non accettare come si possa artefici del vissuto e non della conclusione. Lavorerò anche su questo cruccio, anche se dubito di venirne a capo nell’immediato. Perchè proprio non capisco.

In questo momento mi sento forte, anche se come mi hanno appena scritto, le botte arrivano dopo. E’ vero. Ma stavolta so darle anch’io le botte. La corazza cresciuta mi aiuterà, le ginocchia si sono sempre rimesse a posto, i denti sono ricresciuti.
Ho una cicatrice in più, che come tutte le cicatrici avrei piacevolmente evitato. Un bello sbrego, vicino ad un altro che ormai ha più di tre anni e ogni tanto sanguina.
In effetti già prima, quando la mamma ha tirato fuori il suo portafoglio, ho sentito la prima botta. Ma come ho imparato a boxe, bisogna saperle prendere. E forse ho alzato bene la guardia.
Non lo so, è troppo presto per fare un bilancio di come sto. Posso solo dire che non sto male come avrei pensato ieri.

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