Cammino, sto tornando a casa dal rito della cena del giovedì con la famiglia sarda che mi ha adottato. Finalmente il freddo, l’umido, non ti prende più a calci sulla schiena, sembra anche di sentire qualche odore che vada lontano dai soliti di smog e piscio tipici della sera dei Navigli.
Giro l’angolo, penso che la strada è lunghissima quando ti pesa la tua compagnia. Passo davanti ad un passo carrabile, una macchina vecchia è ferma, ma non parcheggiata. Fiammante nella sua polverosa decadente bellezza, storicamente fiera di essere della lamiera che ha vissuto tutte le botte e della stella che una volta fiera troneggiava sul cofano e ora è stata mozzata, rubata da qualche involuto ragazzino che una ventina d’anni fa l’avrà attaccata al suo Invicta con le scritte fatte col bianchetto. Una macchina che ha guidato almeno mezzo secolo di mondo, non può non avere anche una storia dentro, e per riflesso incondizionato, guardo dentro l’abitacolo.
Vi ho visti, vi state salutando prima che uno dei due esca per salire a casa. La storia della lamiera bombata che vi protegge dal brutto mondo esterno, sembra infinita rispetto alla vostra che pare appena cominciata. Sorridenti, complici, si potrebbe quasi dire (per chi ci crede) felici.
Nel buio infatti, si scorgono solo due mezze mezzelune bianche all’insù, perchè siete di profilo, vi state sorridendo negli occhi, incapaci di lasciarvi, di staccarvi, di dirvi ciao fino al messaggino del buongiorno di domattina. Lui ti carezza il volto scostandoti i capelli scuri, tu sorridi rannicchiandoti ancora di più, per permettere alle cinture di sicurezza di ricordarsi che l’abbraccio che stai per ricevere non ti salverà la vita, ma per stasera te la renderà sicuramente migliore.
Vi state salutando senza dirvi una parola, che sarebbe inutile, siete la migliore aposiopesi che uno scrittore, un fotografo, un regista vorrebbe esprimere. Ci sono solo occhi, mani, braccia, denti. Il resto è superfluo, pornografia iconografica da romanzo da quattro soldi. Oggi pomeriggio ho sentito una guida in Pinacoteca che citando non so chi, diceva che qualcosa è un’opera d’arte solo se comunica un’emozione a chi la guarda. Ecco. Mi avete impressionato più di 38 sale di cenacoli, crocifissioni e martiri, splendidi dipinti che hanno fatto la storia dell’Italia (e anni di pubblicità tabellare per la Chiesa Cattolica).
Non avendo nulla da perdere, lo ammetto. Non vi conosco e vi ho odiato. Odiato ogni vostro gesto, ogni nanosecondo dei cinque che vi ho osservato, invadendo una cosa che non è mia, approffittando della bellezza estetica di un momento che non mi appartiene, e che vi auguro non sia solo un frame da film in bianco e nero che io dovrei smettere di guardare, ma soprattutto di proiettarmi in testa.
Riprendo a camminare veloce, arrivo al semaforo, un vecchio e un tossico si urlano addosso, due ragazzine con la gonna che esprime la loro età in centimetri (una 16 e l’altra 18) aspettano il 91. E’ rosso, non mi giro a vedere se la signora stellata è ripartita e mi accendo una sigaretta disfatta.
aposiopesi di lamiera
19 mar25 minuti
14 dic
Milano, tetto del Duomo, Aprile 2008 e Alzaia Naviglio Pavese, Dicembre 2007
Sono le 3.58, sono sotto un Duomo che è inverosmilmente vuoto e retroilluminato come le casette dei presepi. In piazza non c’è nessuno, finalmente. Oggi pomeriggio mentre me ne andavo bel bello in palestra volevo avere i poteri di Spiderman e saltellare su contrafforti e pinnacoli o almeno il reattore nucleare di Mary Poppins per far volare via la gente. Ok, uscire è un diritto di tutti e il suolo è pubblico, ma c’era bisogno di procedere ciondolanti perchè troppo presi dal guardare i sacchetti dei compagni di gregge, comprare 5 castagne per 5 euro o quelle cose con l’elastico che tiri in aria? Fatto sta che così, vuota, silenziosa e atemporale la piazza è bellissima.
Le mie orecchie ancora fischiano per le tre ore di musica del punks wear prada. E mentre sento il fischio, cerco di capire perchè ci sono andato. La ricerca di un posto in cui non mi senta fuori luogo mi pare ancora lunga. Penso al sorriso e alla squadrata che Gabbana mi ha rifilato e mi mangerei i gomiti per non aver sempre con me un cv aggiornato.
Sono le 4, e sono in via Torino. Le vetrine sono tutte accese, per ricordare anche ai vagabondi e agli ubriachi che hanno bisogno e voglia di un paio di scarpe e di un paio di jeans. Passano i taxi, e fanno un rumore sordo su quei lastroni maledetti dove di solito rischio di ammazzarmi con la bici. Lo stesso rumore di quando vai in bici solo con una rotella, adesso che ci penso. Senza il gregge che ciondola qua il pomeriggio sembra anche una bella strada. Per me lo è abbastanza, è dal 2004 che ci passeggio. Non so quanti me ci siano passati, ma sono tanti, davvero tanti. Incazzati, innamorati, incazzati, innevati, inconcludenti. Ma anche sorridenti, sudanti, soli, speranzosi, supponenti e sospettosi.
Sono le 4.10, Colonne di San Lorenzo. C’è chi cerca un tesoro o se stesso dentro un cassonetto, chi volteggia baciante la propria metà e chi come me non riesce a capire tutti quei led colorati sulle colonne. Oltre a non trovare il tesoro, se stesso o la propria metà baciante. Un giornale va a sbattere forte contro la Porta Ticinese, e secondo me si è fatto proprio male, anche se era palese che fosse ubriaco e già mal messo di suo (era un leggo o metro, ora non ricordo). Qulcuno che guarda le vetrine di scarpe c’è, e mi tocca ritrattare quanto detto sopra.
Sono le 4.15, sono in Corso di Porta Ticinese. Ormai qua la musica è finita, gli amici se ne vanno, ed io rimango sola, più di prima, cantava una rossa di capelli. Non c’è nessuno, passa un camioncino lavastrade e porta via mozziconi, bicchieri di plastica e la serata di centinaia di giovani che occludono la via solo in un punto, come ogni occlusione intestinale che si rispetti. Penso che se esistesse una pillolina che una volta ingerita diventasse il lavastrade nella mia testa sarebbe fantastico. Via tutto il casino, via tutti i casini, via quell’inspiegabile vocina che nota che nonostante tutto, le luci di Natale sono belle, che questa passeggiata con te sarebbe stata ancora più bella, se non fosse per il fatto che quel “tu” non so ancora chi sia.
Sono le 4.20, rimango abbagliato da tutte le luci che hanno messo in piazza XXIV Maggio. Rimango anche abbagliato dal fetore condiviso tra mcdonald’s e il pizziccottaro sotto l’arco. Cerco di non pensare che al salone del mobile, complici non mi ricordo quante bottiglie, mi sono ritrovato a ballare la macarena con altri insospettabili accademici come me proprio là sotto. Ah, e Pierfrancesco Favino.
Sono le 4.22, un taxi mercedes modello zingaro fa inversione davanti alla pescheria che puzza ancora di fritto e comincia la parata dei pusher. Da qui a casa, ce ne sarà uno ogni 5 metri. Sembra stiano giocando a 1,2,3 stella. E dire che non ho mai visto nessuno fermarsi. Però se ce ne sono così tanti qualche motivo ci sarà. Almeno che la mia amata sindaca Lety non abbia pensato di mettere lì tante persone solo per salutarmi. Amico vuoi coca? No grazie preferirei un chinotto, e me ne vado, fiero della mia rispostaccia a doppio senso.
Sono le 4.25, arrivo davanti al cancello, e stranamente non trovo la pisciata di benvenuto. Perchè i cancelli dei Navigli servono a farvicisi pisciare tutto il popolame che viene a rubarci il parcheggio a noi residenti. Mi accorgo che sto cominciando a pensare come un 75enne. Entro in casa, mi butto sul letto, e non ho ancora capito niente della mia serata.







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