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Ciao Lucio

1 mar

Trovo solo ora il tempo di scrivere qualcosa dal mio ritorno sanremese. Avevo un sacco di idee, ma al ritorno il lavoro ha fatto in modo di tenermi inchiodato alla scrivania tutta la settimana, in modo da continuare a picchiettare sulla ferita. Tanto per capirci ieri sono entrato alle 830 e uscito alle 21.
Ma non siamo qua per parlare di sfruttamento di me.

Oggi è morto Lucio Dalla. Infarto. Un colpo e via. Un omino così piccino tanto immenso e peloso (pelossissimo giuro) non c’è più. Non mi era ancora mai successo con un cantante. La pelle d’oca al sentire “è morto”. Strano.
Non ho molto da dire, non più di ciascuno di voi che ha messo un suo video sulla timeline di fb per ricordarlo. Io l’ho conosciuto proprio a Sanremo, quando accompagnava topogigio Davide Carone in Nanì. Una canzone che francamente non mi ha mai convinto, e che avrei voluto sentir cantare dal sior Lucio, perchè così tremendamente dallesca da far scomparire il giovane talentato sul palco al suo cospetto.
Ero alle prove, seduto vicino alla Venegoni. Che tra i mega giornalisti del Festival è l’unica che parla anche con i non potenti come me. E’ ‘na matta, ricordo ancora quando l’anno scorso mi ricordava di Russia, notti in prigione e Battiato. Vabbè ho divagato. Ervamo seduti vicini, io e lei, quando ad un tratto, zompettante al trotto come fa un cane contento si avvicina  e si siede con noi. Io pensavo di morire. Non sapevo da che parte cominciare, grazie per Futura, per Banana Republic che è uno dei primi vinili che ho preso in mano, vaffanculo per Nanì, per 4 marzo 1943 che mi ha fatto quasi rischiare la maturità con una commissione di superfasci e Caruso veramente l’hai scritta su quel piano, Ma come fanno i marinai, chi ha capito che Canzone era un testo del Romanticismo secondo te, Attento al lupo, tu e la Vanoni eravate ubriachi sul palco e stavo morendo dal ridere… e sono riuscito solo a dire “Ciao”.

E allora, a quell’omino piccolo così, che ci raccontava che lui a Sanremo abbracciava tutti perchè non (ri)conosceva nessuno, ribadisco il saluto con la sua canzone omonima, che ovviamente il popolo bue non ha capito. E aggiungo anche: Lucio, meglio così che andare a fare i predicozzi in tv da vecchi, consumati dall’immagine e dall’idea che si ha di se stessi.

Cornicioni

1 dic

La metro si ferma. Troppo. Si scende.
E ti accorgi che anche Milano ha un sopra.
Ci sono un sacco di alberi che alzano le braccia al cielo come se soffocassero, come se urlassero ma che colpa abbiamo noi! (proprio come facevano i Rokes), tanti lampioni che fanno da spot sulla modella (dentro, di solito Paolo fuori) che cammina come se ce l’avesse solo lei e pure d’oro. Corrono chilometri e chilometri di cornicioni che incorniciano quello che mai vediamo, insardiniti in una metro olezzante o chiusi nel traffico cafone, troppo presi da un ritardo sicuro come il giorno. Uniti nel nervoso, soli nel borbottare.
Quindi prendi e cammina.
Se sei fortunato come me, nei fine settimana la tua mano ne incontrerà un’altra e insieme faranno scorrere tutto il vostro sentire (perché se scrivo amore poi ammetto pubblicamente di essere l’ultimo dei romantici e mi si prende in giro) da un corpo all’altro. Sentire il tuo battito che arriva alla mia mano dove incontra il mio, lì per te.
Se la manina vicino non c’è lascia quell’ iPhone in tasca per un attimo e guarda su. C’è il deserto nebbioso, un deserto che non ti fa sentire solo, ma che ti accoglie, vieni, c’è spazio per i tuoi pensieri, ossigeno per il cervello e qualche nuvola per portare via il grigio dal cuore. E’ grande, immenso, non rompe e non costa nulla.
Anche il tuo collo ti ringrazierà per l’angolatura, i tuoi occhi poi, saranno contenti di non guardare solo merde e rigagnoli sospetti sul marciapiede.
E’ vero. Non si vedono le stelle, ma puoi prenderti cinque minuti e riempirlo o volarci dentro. Anzi nuotaci, non sarà mai peggio delle acque nere del Naviglio. Ora che hanno deciso che è Natale ci sono anche le lucine, quindi è facile, tutto quello che può interessarti è lì sopra. Come la pista dell’aeroporto ma senza l’obbligo di allacciare le cinture.

Mannaggia a te Milano che non smetti mai di piacermi, nonostante tu faccia di tutto per non farti voler bene.
Mi sento a casa.

 
Cornicioni

REM RIP

22 set

Che delusione. I R.E.M. che si sciolgono no.

No, ma io dico. Con tutti i gruppi inutili che ci sono. Solo in Italia ne abbiamo un sacco. Michael, Mike e Quell’altro, parliamone. Quanti ne volete in cambio? Ve lo dico perché a noi in Italia ci insegnano da sempre che bisogna provare a cambiare i fustini del detersivo. Ve ne offriamo quanti volete, ma non lasciateci, non lasciatemi solo in mezzo a gente come i Black Eyed Peas. Che non mi hanno fatto niente, ma come potrei ascoltare tutto quel casino mentre mi perdo a Nikko in Giappone? Non si fa così, brutti.

E poi, Michael, affascinante cantante che davano per malato terminale a metà anni ’90 non puoi continuare “alla fazza di chi te vol mal?” per dirla in triestino? Mi avete proprio rattristato. Siete (stati) IL mio gruppo, non mi sono perso mai un cd, nemmeno quelli brutti (sì, sapete di quale parlo).

Tutto il resto è noia, canta un nostro cantante (lo volete?) speravo di ritornare a vedervi. Ricordo il primo concerto. Era davvero uno dei primi a cui partecipavo. Era il ’99, l’estate americana, dove fui spedito (controvoglia…. ma quando mai) a perfezionare il mio inglisc in quel di LA, per precisione a Glendora. Il concerto era piccino, in un’arena e mi costò qualcosa come 50 dollari. Ho ancora la maglietta. L’album appena uscito era uno dei miei preferiti, UP. Era estate, Luana urlava DAIIIII (che in inglese si scrive DIE, e come sapete non è un bell’augurio), mi piaceva un sacco la Alessandra-rinominata Cicciabionda, e soprattutto io stavo vedendo cantare il gruppo che ascoltavo dal mio lettore cd portatile (ma l’antichità? oh mama) o la sera nel mio stereo. Era amore. Per forza. Poi mi avrebbero accompagnato in viaggi in macchina, in tragitti romantici o pieni di lacrime, e poi digitalizzati e contenti in giro per il mondo. Non c’è mio viaggio in cui non ci fossero i R.E.M. con me.
Sono triste, per colpa vostra.

Concludo, tirando il pugno in aria come Mafalda: ma non potevano sciogliersi le Camere invece dei R.E.M. ?

grazie però. ah, ieri sera ho dormito con la maglietta di quel famoso concerto.

Notturno

14 set

E’ una parola che mi piace moltissimo. Notturno.

Da qualche tempo il mio notturno ha a che fare con te. E’ un notturno di braccia e gambe tangenti, intersecate, abbandonate tra di noi. Ginocchia che si baciano. La cosa che più mi stupisce è che sia successo da subito. La cosa che più mi piace è che con te, non ho mai dovuto chiederlo. La cosa che più mi preoccupa è che mi sa che non posso farne a meno. Ma ci cerchiamo dormendo, se sento un rumore o mi alzo per bere mi accorgo che sei lì, accanto a me, mi copri più di un lenzuolo e mi scaldi più di una coperta. Anche ora che fa caldissimo, che quest’estate sembra non volersene andare ci diciamo buonanotte appiccicati, per poi staccarci per non scioglierci come due ghiaccioli sotto il sole. Il bello è che però poi succede che nei vari ondeggi notturni, ci ritroviamo sempre vicini.
E’ come se fosse stato scritto, che io e te dovessimo dormire assieme. Ormai conosco le fasi del tuo sonno e so quando cadi in un sonno profondo e sogni. Forse sogni proprio quello che vedo io, insonne patologico che ad addormentarmi ci metto sempre più di te. A lungo ho sognato questo, tutto questo. E mi fa piacere che ad interpretare questo sogno sia tu.

Il lunedì mattina, quando ci separiamo è sempre un trauma che non mi farà dormire la sera stessa. E la cosa bella è che lo è anche per te. Se dormi da me non scappi via e mettiamo la sveglia presto per coccolarci come due pinguini su un iceberg. Vorrei avere il termometro e il termosifone acceso per far finta di avere la febbre e vietarti di tornare a Bologna, perché si sa, i maschi con un filo di febbre sono moribondi e quelli carini e barbuti come me non si possono far morire, sarebbe uno spreco. Come qualsiasi teenager, trecciuta con l’apparecchio o con quei baffi divertenti che hai a 12 anni, appena sento che si chiude il portone e io sono ancora nudo a letto, mi viene da scriverti che mi manchi. Ma come mi hai ridotto? Come ci siamo ridotti?

La domenica per me è sempre stata malinconica e solitaria. Adesso mi sembra eterea e eterna. Mi piace quasi più del sabato, quel momento che è stato istituzionalmente riconosciuto come rappresentate della libertà e della felicità più spensierata. La domenica non sappiamo che ora è, cosa succeda nel mondo e facciamo colazione verso le 5. Prima, faremmo davvero invidia a quelle quattro(cinque?) sgallettate inglesi che cantavano When two become one. Sento il mio essere mescolarsi al tuo come i colori di una tavolozza, come un perfetto Ying e Yang. Ha ragione Nick Drake, “underneath you know well you have nothing to fear“. Perché mi piace proteggerti, perché sento che senti la mia protezione, e non capisco perché tu te ne stupisca. Ma anche in questo siamo simmetrici. Io mi stupisco di essere davvero amato, voluto, cercato, per le bastonate prese. Le abbiamo prese tutti, è vero, ma non so… mi ero imposto di non cascarci mai più, come te dal resto… e invece. Cotti, cotti come la spesa lasciata nel bagagliaio, cotti come i felafel del kebabaro che sono lì da 15 anni, cotti come le vecchie che arrivano in spiaggia alle 8 e vanno via alle 20, poco importa se nella costa orientale (la mia) o occidentale (la tua).

A lungo ho cercato di capire il perché di questo o di quello nella nostra relazione. Poi ho capito che… non serve a nulla incasellare una cosa solidamente impalpabile. Come quei nuvoloni che vedi passare sopra il mare. L’hai mai vista una nuvola in una scatola? Io no. Le cose che più mi piacciono non possono stare in una scatola, in un folder, in un foglio Excel. Hai presente il pelo dritto quando senti la tua canzone? Non è incasellabile. Hai presente quando ti viene da ballare? Non sta in un folder. Hai presente quando ti viene da cercare la mia mano? Stesso discorso. Potrei andare avanti fino a domattina, ma devo andare a lavorare. Tu leggerai queste cose al lavoro. Un lavoro che ti piace nonostante il suo costo. La stessa cosa che penso io. La passione. La passione governa tutto quello che fai, e poche volte ho visto una cosa del genere in qualcuno.

Mi piace quello, te l’ho detto mentre ti commuovevi e io ti stringevo forte, mi piacciono i tuoi spiegoni, tutti quei denti, quello sguardo, quella bocca e altre cose che lasciamo per noi. Ma soprattutto come mi guardi. Mi fai sentire al sicuro, io stronzo per scelta e vocazione, indipendente e inacidito dagli orrori del vivere comune e medio. Non ci sono infrastrutture, non ci sono menate, non c’è nulla di quello che ci si aspetterebbe da noi, o forse c’è tutto.

Ho avuto seri problemi a far rientrare l’affettività nella mia vita, dopo che il mio cuore è stato buttato nel cesso di una discoteca una sera di dicembre. Non avrei mai pensato di riuscire nuovamente a legarmi a qualcuno, ti ho sottoposto a test e ho mostrato sempre la parte peggiore di me. E tu invece eri lì. Mi sorridevi. Anche con gli occhi, anche quando sono nascosti dietro agli occhiali. Quegli occhi che mi ricordano quelli di Agatha quando la sgrido. Non pensavo che esistesse qualcosa di umanoide che potesse amarmi più della mia boxer.

L’altro giorno sembrava un film. Camera mia è tutta bianca, non si sente un rumore e ci guardiamo. Ci abbracciamo, dico una cazzata delle mie, dico ti voglio bene. Tu mi dici io non ti voglio bene, io ti amo. Io credo di morire, la parte più idiota di me sembra una piazza di ubriachi a capodanno, il mio cuore torna rosso, va in alto come un palloncino e ricorda a una supernova che non può brillare così, ho paura, vorrei essere parte del muro e scoppiare allo stesso tempo. Dico un’altra serie-veloce-di-cazzate-e-aggiungo-tiamoanch’io. E sorrido, sorrido tantissimo, proprio come un deficiente.

Ora che rileggo, mi rendo conto che potevo evitare tutto questo delirio notturno, chiamarti appena ti svegli e dirti semplicemente: Fede, ti amo.

 

Lunediamoci presto!

5 set

Insomma, tiriamo le somme di questo primo lunedì post vacanze. Io tiro le somme, molti milanesi sicuramente tireranno qualcos’altro.
Stamattina, mentre molti di voi mi leggevano (e grazie, anzi, beccateve questo) ero in aula a fare un po’ il prof al Master. Devo ammettere che essere da quella parte della cattedra (anche se noi in Newton non ci riconosciamo in quella barriera) non mi manca proprio per niente. Essere studenti il lunedì mattina proprio non è facile. Vabbè, oggi si parlava della differenza tra percezioni e segni, proprio oggi che veniva fuori la mia foto sul sito di gente figheira. E siccome eleganti si nasce, io non l’ho detto. Lì, a voi lo dico senza problemi ahahha!

Ho mangiato una piadina che invece di togliermi la fame me l’ha centuplicata, sapete che dentro di me vive un obeso no? Ecco. Poi si ritorna in aula, scappo, vado in riunione per il progetto che ha a che fare con la mia maxiarcinemicapuah. Ed è andato tutto benissimo. Insomma, la mia agenda si è riempita subito di cose da fare. Devo dire che il regime communazi che mi sono imposto di rigore e ordine funziona.

Tutto questo per dire cosa? Che se ti fai un mazzo così è più facile essere felici.
E ora, a cena.

cogito ergo summer

5 set

Arieccomi.

Come ogni settembre con quella di ricominciare a scrivere seriamente e facendolo mai. Sono le 4 di mattina, tra poche ore devo essere in aula (sapete che faccio il blogprof in un Master del sole24ore, vero?) e non riesco a dormire. Vi risparmio il megariassuntone dell’estate, che ho deciso esser finita ieri sera e parto con un bel classificone di cose che mi hanno impressionato quest’estate assolutamente alla rinfusa. Soundtrack consigliata, ovviamente, L’estate sta finendo dei Righeira.

  1. Quest’anno le mie ferie sono durate un mese
  2. Così potete odiarmi subito e smettere di leggere
  3. E’ la prima estate dopo il liceo che non divento color marocco-turchia-giù di lì
  4. Se faccio il conto, due viaggi in California mi han fatto passare un mese sugli 8 passati là. Qui le foto
  5. Ho deciso che a meno che non mi facciano fare il remake della signora in giallo, non mi trasferirò
  6. Ieri è nata la figlia di digiei francesco e della marcuzzi, ed è crollata la teoria evoluzionista. (con tutto il rispetto per la creatura, non dev’essere facile)
  7. Sono stato in Slovenia a fare il turista e non benzina come sempre
  8. Sono stato in Croazia e sono stato ignudo un giorno intiero in riva al mare
  9. La maleducazione delle commesse alla frontiera croata ti fa venir voglia di tornare a Milano
  10. Non mi è mancata tanto Milano
  11. Ho scoperto la costa ligure
  12. La costa ligure mi ha fregato quest’anno. Dal Festival di Sanremo alla settimana scorsa ci sono andato più volte che all’esselunga. chissà perchè :P
  13. Ho rischiato di farmi arrestare a San Francisco per un Cheeseburger
  14. Bologna non mi dà fastidio come dieci anni fa. chissà perchè/2 :P
  15. Sono finito su un sito di gente figheira che cammina per strada, peccato/per fortuna nè io nè il fotografo ci si sia accorti della macchia di dentifricio sui miei pantaloni
  16. dopo 7 anni ho avuto il coraggio di fare le analisi. sto bene ma ho il colesterolo un po’ alto
  17. ovviamente ho comprato il danacol perchè la Raffa nazionale ha detto che me lo fa diminuire
  18. ovviamente se avesse detto la stessa cosa del Paraflu, l’avrei comprato comunque
  19. nel mio bagno c’è uno spazzolino in più da qualche tempo
  20. grazie al crollo dell’economia mondiale, ho risparmiato 700 cucuzze sul mio nuovo macbook pro 2.3ghz
  21. da quando ho uno spazzolino in più in bagno odio dormire da solo
  22. no, non vuol dire che dorma con lo spazzolino
  23. non fumo dal 27 luglio e non l’ho fatto di proposito
  24. mi sono comprato anche una stecca in aeroporto, ma nulla
  25. sono stato a casa di mamma una settimana per un totale di più 2,4 kg
  26. la nonna si è proposta come mia coinquilina
  27. ogni volta che proponevo ad Agatha, il mio boxer, di andare a correre, lei si fingeva morta.
  28. quando morivo di freddo a San Francisco, 15 gradi mattinieri, ricevevo messaggi sbeffeggianti da mamma sulle sue vacanze alle terme
  29. rimanere in contatto con tutti i miei affetti, sanguigni e non, mi è costato 560€ e il blocco dell’iPhone per una settimana
  30. l’estate prossima, l’estate che porta questo numero, voglio fare la Coast to Coast. Deciso. Adesso.

Bene, per oggi è tutto, buonanotte, buon lunedì a tutti. Come sempre, speriamo che passi presto.

Sono intorno a me, sono come me…(ma anche no).

5 ago

Insomma, ha ragione Francesco Alta Energia. Come sempre. Loro sono intorno a me. Ma si sentono meglio.
Parlo degli italici all’estero.
Li vedi subito, dal primo scalo internescional che si fa. Nel mio caso, essendo Milanese d’adozione, per andare a San Francisco si fa scalo a Parigi.
Ed eccoli lì. Con lo sguardo tipico del piccione lui, occhiuto e pensante, con lo sguardo di quei cani con gli occhi di lato lei, imbambolata e fiera di esserlo.
La loro storia comincia salendo sul mega aereo intergalattico a due piani. Sguardo perso in cabina, lo stesso che avrebbe Flavia Vento a guardare la tavola pitagorica. Incredibilmente, signori e signore, i numeri dei posti sono… in successione! Ommioddio, l’avreste mai detto?

Ma aspettate, non ho parlato del look. E uno che un po’ di moda ne capisce (abbastanza da esserne fuggito asap), deve dire la sua. Anni fa Elio cantava di uomini col borsello. A me faceva ridere l’idea, perchè la vedevo così, impossibile, come se un puttaniere stesse al governo… dai è impossibile.

Eppure.

Sisley tipo Vuitton per il ceto medio, Vuitton per il ceto basso, Prada per quello alto, egli c’è, e non si vergogna di esistere. Cosa ci mettiamo noi maschietti là dentro? Telefono, sigarette, chiavi, portafogli. I più accessioriati macchna fotografica, piegaciglia, e gagliardetto.

Il look di lui non cambierà all’arrivo, se non per un dettaglio, che scopriremo poi. Veniamo a quello di lei.
Lei ha gli occhiali da sole. A prescindere, anche di notte. Il resto è messo a caso, a parte una grande shopper di cotone pesantissima. Se hai la Pinko sei sfigata, sappilo. E dentro quali sono i tomi maipiùsenza in vacanza?

Visto, Leggo, Diva e Donna, Cronaca Vera, Chi. Le più alfabettizate Vanity Fair (che il qui presente rompiballe salva).Ah e la gazzetta del consorte. Quotidiani non pervenuti.
A dire il vero, nemmeno io li prendo. Non per ignoranza, ma perchè se prendo in Times le probabilità che mi attacchino bottone si riducono del 99%.

Giunti a terra, piccione e caneocchidilato superano la dogana (non senza difficoltà, rispondere a “dove andate e metta la mano lì per lo scan” non è così facile) e cominciano con lo sguardo impanicato a vagare per le uscite dell’aeroporto. C’è da dire che qui il biglietto per il trenino/metro parte da venti bigliettoni e poi tu detrai a seconda di dove devi andare, quindi non è così facile. Ma si chiama selezione naturale, quindi please don’t romp the palls.

Una volta giunti nel centro città… dove troverete le masse italiche? Pizzerie? So 80′s. Starbuck’s? So 90′s. Da quando s’è deciso che Abercrombie & Fitch è il non plus ultra della vestizione (cari posteri che leggerete questo interessantissimo post, sappiate che da noi a Milano, la gente fa la coda per entrare in quel negozio. LA CODA. Una cosa che un italiano non farebbe mai, eppure…) delle masse milanesi e quindi italiota, ai visitors (intesi come le creature aliene) non par vero… E quindi io, che sarò biondo dentro, ma tanto stronzo fuori, metto a freno il mio snobismo e sì, per la prima volta in ventid…mmmh…ok, venticinq…ove anni metto piede da Abercosi e Fritz.

Che te vedo? Solo connazionali che guardano una felpa, mentre ne tengono in mano una e ne hanno addosso un altra. La consorte, ovviamente è scocciata perchè i mufloni addominalati senza t-shirt qua non ci sono. E non vi dico le facce affrante dei diversamente etero. Credo che ormai nei tour della città ci sia: Porto, Moma, Cattedrale e AeF. Insomma, se volete farvi riconoscere, usate la divisa.

dettagli

25 feb

Prima stavo camminando verso casa. In silenzio. Ci sono momenti in cui Milano sembra un video senza l’audio.
Sono stato al cinema, in ottima compagnia di personcine che mi piacciono un sacco, a vedere Black Swan. Tralascio la mia paura sul tutto e alcune critiche alla storia.
Ho fatto spesso il tratto San Babila-casa a piedi. E’ una questione di principio: le cose belle difficilmente stanno sotto terra. E spesso, in quel tratto, avvertivo un tormento, qualcosa di viscerale, scomodo, inappropriato al mio camminare.
A fare un due conti, credo si trattasse di notturni attachi di solitudine, rotolanti e ventosi come le foglie secche dei giardini di Palestro. Come quei rivoli d’acqua sul marciapiede lavato e depurato dal trascinarsi della via, acqua che non voleva fare quella fine.
E mi sono accorto di una cosa. Quella sensazione non c’è più, se n’è andata. Come se la foglia fosse tornata sull’albero o l’acqua nella cannella.
Mi sono accorto come due letterine che formano una preposizione cambino un significato. Sto parlando di “da”.
Che fanno emergere la differenza tra essere soli, e essere da soli. Gli inglesi direbbero lonely e alone. Scrivendo tutto ciò, mi rendo conto di quanto sia inesatto a prescindere.
Non siamo soli. E’ impossible. Possiamo intenderlo come status ma non come realtà.
Stasera, prima del cinemino, ho ascoltato una riflessione che continua a rimbalzarmi in testa. Avendo una testa vuota, spazio ce n’è.
Si parlava di capire cosa si vuole. E nel caso specifico, la signora raccontava dell’amica che voleva un fidanzato. Bene, dice all’amica, ora scrivilo, chiudi a metà il biglietto e… scrivi “cosa offro io?”
Non so se ho avuto la finezza di raccontare bene la storiella. Fatto sta che ci penso dalle nove di ieri sera. Cosa offro. Tanto, poco, niente? Non lo so. Non credo sia un discorso aprioristico in una relazione. Perchè tutti avrete pensato “e io offrivo tutto me stesso, e dall’altra parte invece…”
Invece è un pensiero sbagliato. Una saggia persona, mia grande amica, quando a dicembre  finì la mia storia, quella più bella, più intensa, più bramata, mi fece soffermare sulla differenza di due termini. Colpa e responsabilità.
Io, ovviamente avevo parlato di colpa. E invece si tratta di responsabilità. Siamo responsabili del nostro operato come siamo responsabili del comportamento che gli altri hanno con noi. Perchè, e mi riallaccio a quanto sopra, non siamo soli. Facciamo parte di un tutto, un tutto che potete chiamare come volete, ma quello è. La pluralità è onnipresente e tangibile, c’è poco da discutere.
Concludendo, io solo o da solo non mi ci sento. Mentre aspetto che l’omino del semaforo diventi verde, mi rendo conto che quella sensazione di inadeguatezza, di viscerale movimento… non c’è più.
Non nego che la mattina preferirei vedere una faccia vicino al mio cuscino, ma concentrandosi troppo sulla ricerca della stessa, non ci si accorge della bellezza di ciò che ci accade accanto e di cui facciamo parte. Perché se non ci si mette in gioco, non si lotta per un’ideale ma solo per un’idea… ci si ritrova a guardare il dito che indica e non la luna.

 

 

the dog days are over

5 gen

Sembra siano passati 5 minuti, ma anche 10 anni, o 2 giorni, o 30 secondi da quell’addio.
E la consapevolezza che tra colpe e responsabilità, che possono esserci, ci sono e poco importano, ciò che rimane fa male tanto quanto si ha amato.

Una storia di inizio anno

1 gen

Molto probabilmente sono nato in qualche posto in Cina, dove il risultato della mia composizione chimica non sarà mai visto da chi mi ha creato. Ho viaggiato un sacco, chiuso in un container assieme a tanti altri come me. Sono arrivato in Italia, a Milano, in un posto chiamato Chinatown, dove i cinesi abitano dove una volta stavano i signori della città che contava. Ora sono fermo, ad un incrocio tra una laterale di Buenos Aires e la sua intersezione. Chi mi ha comprato mi ha lasciato solo lì in mezzo, ha acceso la mia coda e si è allontanato ridendo. Credo mi stia ammazzando, e proprio mentre mi vien il nervoso per questo, sento che una forza gigante che non credevo di possedere mi fa ribollire tutte le pareti di carta di riso. Sento che sta per succedere qualcosa, sembrano attimi eterni ma in verità son nanosecondi. Mi accorgo che questa forza invece e bellissima, che non sono solo come mi sono sentito in questi giorni, che vicino a me ci sono delle cosine come me, pronti a… non l’ho ancora capito. Qualcosa vicino a me si stacca, che paura, vedo che parte verso l’alto, una corsa velocissima, dritta, fugace verso l’alto, oltre i palazzi, verso il cielo. E questo mio vicino che ormai è lì in alto esplode in mille pezzi, tutti colorati, blu e rotondi nel centro, oro a raggio arrotondato nelle estremità, e poi diventano tutti ancora più luccicosi quelli blu. E la gente sorride, e succede lo stesso ad un mio altro coso vicino.
Sono nel centro di questa scatola rossa, sento che tra poco tocca a me. E’ quindi questo che sono? Una corsa a perdifiato verso l’alto (altro?) e poi una cascata di luce nel buio, che tutti guardano ammirati? Cacchio, ma è una figata. Pensa che palle invece essere un fiammifero, quelli dopo Prevert non li ha cacati più nessuno. Una fiammetta, un’illusione e via. Io invece voglio finire col botto, nel vero senso della parola. Non sta a me giudicare se tutto questo abbia un’importanza nel vostro mondo, o nell’universo. Ma sapere che partecipo a ciò che voi chiamate bellezza è un ottimo ringraziamento per quello che faccio. Illuminare il buio, cercare la luce nell’oscurità ha sempre mosso voi umani, che io sappia. Non so se la polvere di cui sono fatto sia semplice composto chimico o magia, ma non vedo l’ora di partire verso l’alto, correre, volare e  illuminare i vostri occhi e se ne avete la fortuna, il vostro sorriso. Ok, sento che toccca a me. Buon anno, si dice così vero? Boom.

Il fuoco d’artificio cominciò la sua corsa verso l’alto, un secondo eterno che racchiudeva il suo semplice compito nell’universo, essere un trionfo di luce blu intermittente dai lunghi raggi dorati. Alla finestra di un palazzo, un ragazzo con la barba scura come ultimamente il suo cuore osservava quasi indifferente la scena appena descritta. Però lui e il fuoco si guardarono negli occhi dall’asfalto al cielo, Andre guardava se stesso in quel fuochino. Un viaggio lungo, una forte forza e lo spettacolo finale, col botto. Andre era quel fuoco, come lui il cuore nero d’improvviso esplose, illuminando il petto e facendo uscire un sorriso inaspettato in una sera difficile, la ferma convinzione che ciò che è buio non è uno stato, ma un momento, un momento di assenza di ciò che fa e dà luce. Il fuoco d’artificio era talmente forte da rimbalzare di luce sulle finestre alte e buie, pian piano ma velocemente si spense, lasciando un unica traccia tra le guance irsute di Andre, che basito, sorrise brindando col suo vinello al nuovo anno arrivato.

Buon 2011 a tutti i fuochi d’artificio che mi leggono.

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