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o33

3 apr

Entro in sala d’aspetto, è tutto così marroncino da essere irritante. Le pareti, le poltrone, la moquette, la segretaria sono marroncine. Mi siedo, e guardo fuori dalla finestra, quella casa lì è uguale a quella dove sono nato, ma li non ci hanno fatto un museo, c’è ancora gente in cucina. Sono nervoso, come tutte le volte che devo fare una visita, e questa volta lo sono di più perchè il mio francese fa schifo. Più lo capisco e meno riesco a parlarlo, che nervoso. Forse nemmeno lo capisco, perchè vedo entrare un impermeabile blu e un cappello da pioggia, e non credo che il medico faccia le visite di gruppo. A meno che questo non sia un set di un film porno. Ciò in effetti spiegherebbe l’impermeabile.
Non ci posso credere, non è possibile. Non puoi essere tu dai, non possiamo incontrarci sempre e solo a Parigi, soprattutto dopo averti visto a Milano la settimana scorsa mentre uscivi dalla mostra. Ti accorgi di me anche tu. Non diciamo nulla e continuiamo a fissarci. Sì sei tu, sì sono io.
Ciao, cosa fai qui? Aspetto il mio turno per il film porno. Ridi, con la punta della lingua in mezzo ai denti, una delle cose che mi ha fatto perdere la testa per te l’anno scorso. Si parla del più e del meno, del freddo che in questa città è più pungente di quello di Milano, e ti fermo. Per favore, non parliamo del tempo. Non farmi incazzare.
Da quando ti ho scritto l’ultima volta a Novembre per dirti che arrivavo qui, non ci siamo più sentiti. Perchè tu non mi hai risposto. E visto che non ho nulla da perdere, te lo chiedo. Mi dici che avevi le prove e non riuscivi a connetterti a internet, e dopo due settimane ti sembrava idiota rispondere conoscendo il mio brutto carattere. Mai sentito parlare del telefono? E’ una cosa che si tiene in tasca, con dei tasti con sopra dei numeri. Ce l’ha anche mia nonna.
Ridi, no, non farlo, lo sai che sono debole quando sorridi, non riesco ad odiarti per aver sottovalutato il mio orgoglio, per averti visto fuori dalla mostra con quello lì. Marroncino vestito come tutto questo studio. No, non voglio cedere, anche se sono qui per il ginocchio che fa male, faccio uno scatto e faccio per andarmene. Con una forza che non pensavo avessi mi blocchi, e io chiudo gli occhi, perchè so che mi guardi, e stavolta so che perderei la gara a chi regge di più lo sguardo. Giro la testa, sento dopo mesi la tua guancia sulla mia e sono contento di avere la barba, così tengo qualche millimetro a separare la nostra pelle e il mio prossimo errore.
Ma poi non resito, ti guardo, odio amare il tuo sguardo che è scuro come il mio, ma così diverso dal mio. Il mio è inquieto, malinconico, irrisolto, il tuo invece è calmo, è il buio in camera da sotto il piumone, è un bosco fitto da cui passano dei raggi di luce, è il mare di Grado che si accascia di notte sugli scogli pacifico mentre una piccola barchetta torna a riva.
Smettila, mi dici, smettila. Guardo fuori, non capisco se quella pioggia è sul vetro o sul mio occhio. Molli la presa. Mi guardi dritto negli occhi mentre siedi su quella brutta sedia marroncina di pelle finta. Il mio cervello qua non ha campo, le mie braccia, partono mentre partono le tue e ci abbracciamo per un momento senza tempo e senza alcuna spiegazione plausibile. Siamo praticamente due sconosciuti, eppure ci trafiggiamo con lo sguardo, tu sorridi come l’anno scorso quando mi hai regalato il giro con la barchetta nella fontana del Jardins des Tuileries. Io sorrido come faccio due o tre volte al secolo, i nostri nasi sono attaccati, sento il tuo respiro sui baffi, evito di dire qualsiasi cosa potesse rovinare il momento, e ti bacio. Anzi, ci baciamo. Tutto ciò che idealizzo di te mi pervade, mi sento SuperMario quando prende l’invincibilità, si vede che brillo? E non so perchè, sento di potermi fidare, sento che tu provi lo stesso anche se non hai i baffi come SuperMario. Sento un solo respiro, e credimi, per uno che è abituato a vedere solo un’ombra è strano e fantastico. Ci stacchiamo e rimaniamo abbracciati. Sento ancora adesso, mentre scrivo a un’ora e mezza di volo da te, la tua presenza, il tuo esistere in completamento al mio essere. E non riesco a tenere gli occhi aperti perchè voglio rivedere quel minuto, quel giro di lancetta nella sala d’aspetto mi è rimasto più impresso della corsa che abbiamo fatto scappando dallo studio, tra la pioggia e le turiste bagnate di soldi di Avenue Montaigne, per poi prendere la metro fradici a Roosevelt, e andare verso casa.

Padam padam

3 apr

Era da un bel po’ che non ci incontravamo. Poi, nel giro di tre giorni, le nostre strade si sono rincontrate due volte. Due volte in ritardo. Giovedì mi passi davanti mentre esco dall’inaugurazione della mostra, sabato mattina eccoti in palestra.
Non so spiegarmi perchè mi senta attratto da te, dall’aspetto così semplice, normale, timido, che ho notato subito fuori da quello spazio di gente addobbata a festa. E’ proprio quello che mi piace, come abbassare la voce quando tutti urlano, come la perfezione dell’unghia bianca della zampa del mio cane, in mezzo a tutte le altre nere. Tutto perfettamente normale, o normalmente perfetto. E così quella camminata, tranquilla, non da sfilata, calma, senza telefonino o sigaretta, fluida, scorrere in mezzo alla bolgia tabagista a cui mi sono appena unito. Se me ne fossi uscito mezzo minuto prima ci saremmo scontrati, ma al piano di sopra avevo appena rivisto una mia vecchia cotta, a cui non ho detto nulla, ho solo regalato il solito sorriso idiota da tredicenne. E rimango lì, pochi secondi a soffocare il cuore che mi salta in gola con una sferzata di catrame preso al duty free. Tu passi, io vedo che ti allontani percorrendo la galleria, mentre non ti interessi alla fiera delle vanità qua presente e io sono anche contento, perchè la dentro si moriva di caldo, e sono quasi sudato. Poi mi viene da ridere, perchè di solito ci si vede in quel sudario chiamato palestra. Sparisci dall’inquadratura, vedo la borsa nera e ho capito che arrivi proprio da lì. Se non avessi bevuto 4 birre a stomaco vuoto, ora forse ricorderei se ci siamo visti alle nove o alle nove e mezza. Devo andare all’asta delle sedie, mi dimentico di te man mano che aumentano i passi verso l’accademia.
Cerco di non pensare come nel giro di pochi metri abbia visto voi due, che adesso che ci penso, un po’ vi assomigliate, un po’ mi assomigliate quando non sto sul palco pubblico.
Arriva sabato, sono di corsa perchè ho un pranzo a cui tengo, e come al solito quando non ho l’ansia da scuola, mi sono svegliato tardi. Oggi la scheda dice allenamento A, eseguo distrattamente, guardo annoiato verso gli schermi della sala finchè non mi passi davanti. Stavolta mi hai visto, e pure il mio stomaco mi sa, a giudicare dal pugno che sento. Timidamente passi avanti, timidamente cerco di non fissarti, di non fermarti, di non dirti che vorrei sapere almeno come ti chiami, visto che nella mia testa ci frequentiamo da gennaio.
Hai le cuffie. Vorrei sapere cosa ascolti per nasconderti da questo zoo di pazzoidi, dove io invece scelgo di farmi inquinare da hit in rotazione, dal messaggio “ricordiamo ai gentili clienti che l’uso dell’ascigamano è obbligatorio”, mentre spio le conversazioni più assurde che metto da parte per la mia ricerca pseudosociologica.
Vedo che come me ti concentri sull’esercizio che fai, vedo che come me in certi vorresti essere invisibile, vedo che come me, ogni tanto mi spii dal riflesso dello specchio. Quello sguardo continua a dirmi qualcosa, anche se sicuramente è un qualcosa che sento solo io, io che come dice la mia amica, sono “già lì che fai la lista nozze, decidi il ristorante e riguardi le foto del matrimonio”.
Il ritardo, antagonista della settimana, mi fa perdere le tue tracce, decido di darmi una mossa per incontrarti lì dell’uscita, come la prima volta, quando ti ho spiegato come usare il badge. Non ci sei. Però so che strada fai, potrei incontrarti, usare una tattica improvvisata e parlarti. Non lo faccio, quando ti ho aspettato al caffè le ho sentite per due giorni di seguito, le persone non si pedinano Andre. Va bene, eseguo gli ordini di Renée, che in questo momento dorme di là, mentre mi fumo questa schifosa sigaretta. Devo smetterla. Di fumare e di pensare a te.

E il ciel stellato illuminò il nostro abbraccio

27 ago

C’era una cosa che continuavo a non scrivere qui. Di te e di me intendo. Avevo paura che scrivendo nero su bianco tutto, la cosa svanisse.
Poi ho pensato che come le fotografie sono inutili da tenere in un cassetto, è inutile tenere anche in quel cassetto fogli ad ingiallire.
Molte volte ti ho detto che mi sembra di vivere un sogno, che ho la fottuta paura di essere in una sorta di coma vigile e di risvegliarmi… e non vederti più.
Invece tu ci sei, sempre, e costantemente. Nel periodo della mattanza, dello stress, del nervoso, mi sono sentito costantemente sostenuto, ricercato, apprezzato, voluto bene, anche se non si dice. E dire che non viviamo in simbiosi, non viviamo vicino, non ci vediamo ogni 5 secondi. Ci sento assolutamente simmetrici in tutto, e non mi era mai successo. Ho capito che dovevo ricominciare a scrivere proprio quando ero con te.
Era domenica, ed eravamo da poco nella casetta in mezzo alla campagna che avevamo affittato a Entrechaux. Da poco ti avevo nascosto nel rullino della Diana quelle 5 lettere che mai avevo detto in vita mia, da poco avevo fatto un respiro profondo e ti avevo detto: ti amo. Poi arriva la sera, sempre accompagnata dalle cicale, e il cielo si fa blu scuro, non si sente una macchina, non si sente un milanese (o presunto tale) bestemmiare, non si sente rumore di aperitivo, non si sente quel profumo da passeggiatrice che ha la metropoli in estate, mentre cerca di rimorchiare il turista di turno.
Le stelle, tantissime. Mai viste così tante. Che fosse il risultato dell’esplosione del mio amore per te? E se anche il mondo fosse cominciato così?
E mentre ti stringevo, forte, fortissimo, mi sentivo enorme di cuore e microscopico sotto milioni di stelle, ecco che ne vediamo cadere una lunghissima, lenta, con la coda quasi verde. Esprimere il desiderio per me è stato molto strano… eri già lì, tra le mie braccia.
Ho sempre paura di dire quella parola che inizia con f- e finisce con -ice. Ma lo sono così come non lo sono stato mai. Ti ho prima scritto e poi detto che ti amo. Mi fa ancora strano, perchè non pensavo succedesse. Non pensavo succedesse che due paroline fossero più forti di tutte le metafore che sono bravo ad inventare. Dave Gahan diceva All I ever wanted, All I ever needed, it’s here in my arms. Aveva ragione.
Ma sai quando l’ho capito? Quella sera dalla Vale. Ci siamo salutati, e ci siamo diretti ognuno per la sua via. E nello stesso momento, nello stesso istante, ci siamo girati e guardati. Senza dire nulla. Un momento veloce ed eterno al tempo stesso. Uno di quei momenti in cui nei film la cinepresa ruota o nei video c’è il silenzio più totale. Ci siamo solo sorrisi, e il tuo mi ha illuminato il cammino fino a casa.

E tutt’ora illumina le mie giornate.

Ti amo F.

Andre

o31

31 mar

London, Rover P5 5.2, Aprile 2003

Ho riconosciuto immediatamente quello sguardo. Di caccia. Due bestie che si incontrano e già sanno come andrà a finire. E’ una serata tranquilla, musica dal vivo e birra a costo umano, tipico della provincia. Qua i rincari per il gruppo non esistono, non ci sono liste, tavoli da prenotare e al concerto si sta in piedi, perchè il rock non va mai seduto. Non c’è nemmeno il palco rialzato, la band si esibisce in un angolo del locale, a due sputi (letteralmente) dal cantante. La musica incalza, la serata prende piede, non ti ho rivisto dopo l’entrata, ma sento che sei nei paraggi. Dicono che gli animali sentano la paura, che ci siano delle produzioni ferormonali che identificano la preda anche al buio. Io non sento la tua, avverto la tua suggestiva presenza nei paraggi, ma c’è troppo rock perchè io venga a cercarti adesso. Poi esco a fumare, perchè ho smesso di smettere, ed eccoti lì, come un felino mimetizzato nell’oscurità. Ritrovo i tuoi occhi che sono neri e profondi, fermi che mi fissano pronti all’attacco. Non abbasso lo sguardo in ascensore, figuriamoci quando mi preparo all’attacco. Mi accendo la sigaretta, tu butti fuori il fumo facendomi scorgere i denti sotto. Non so se tu abbia le braccia, gli artigli o le ali. Ci stiamo ancora mangiando, divorando gli occhi. Rinuncio alla mia indole da predatore, rilancio un ultimo sguardo vietato, e rientro dentro. Ti lascio lì e vedo che la cosa non ti ha lasciato indifferente. La band riprende a suonare, oramai il locale è una marea di teste che annuiscono alla musica, lasciando vergogna e savoir faire fuori, vicino ai mozziconi. Bestie coi jeans, bestie in minigonna, gli occhi si chiudono, ci si scontra, e mentre mi scateno, ti arrivo addosso. Mi scuso, ma la cosa non sembra disturbarti, hai decisamente superato la bolla della privacy, vedo troppo bene quella goccia di sudore scendere dal tuo collo su quello scollo a V e perdersi tra i miei istinti più volgari. Non so cosa mi prende, non resisto, i tuoi occhi neri come la pece mi rendono prigioniero della tua bocca, mentre tu ti permetti addirittura di mordermi il labbro inferiore, per farmi capire che non finisce qui. Avverto in me più beat di quanti ce ne siano fuori, ora capisco cosa intendono quando nei documentari parlano di danza dell’accoppiamento, non ci stiamo muovendo a tempo di musica, ma seguendo un altro ritmo, più antico. Siamo pubblicamente troppo avvinghiati,  e mi piace, mi piace sentirti strusciare sul mio petto, e poi che quasi mi strappi la camicia. E mentre la mia mano si spinge più in giù, ti giri di scatto e vai via, controllando se ti sto seguendo. In uno sporco secondo ci ritroviamo sotto la pioggia sottile di aprile appoggiati ad una macchina, e sei in trappola, qui non mi scappi, ti blocco nonostante i vetri di questa siano bagnati e scivolosi. Una macchina che sembra la mia ma non saprei dirlo, quelle sono cose da esseri umani, ed ora mi sento solo un mammifero che lotta, mentre non so più quali siano le zampe tue e le mie, non capisco più dove finisco io e cominci tu. Ti stringo, ti nascondo dal mondo degli altri che ci pare distante anni luce, scomodo, con i vestiti sempre più pesanti e trasparenti per pioggia e istinto. Vedo i tuoi capelli ancora più neri e lucidi, belli, dritti, l’opposto dei miei sempre più ricci, contorti e salvaggi. La pioggia ti sta proprio bene in faccia, me ne accorgo mentre ci fermiamo per un secondo, tu non dici nulla, abbozzi un sorriso guardandomi la barba. Non si sente alcun rumore, se non quello della mia cintura contro il bottone dei tuoi jeans che presto se ne andrà. Ti stringo i capelli e mi graffi la pancia, vedo ancora i tuoi occhi scuri che mi fissano mentre non riesco a tenere aperti i miei.
Il concerto dev’essere finito, sta cominciando a uscire la gente, e, dallo sguardo incazzato di quel pelato, questa non è la mia macchina. Complici scappiamo verso il locale, il rito rock è finito e davanti alla bolgia che prima non ci sentiva e ora non ci può sentire  ormai assordata dai decibel, tiro fuori il telefono. Mi blocchi.
Non sai nemmeno il mio nome, cosa te ne faresti del mio numero?

O46

22 dic

Milano, Piazza Del Duomo, Dicembre 2009

Passi di corsa sotto la neve, stai per scivolare davanti a me, ti prendo per un braccio e ti salvo da una soffice ma umida caduta. Rimaniamo a fissarci qualche secondo, sorridi dentro la sciarpa e mi dici timidamente “grazie, ciao”. Rimango fermo a guardarti mentre sparisci in mezzo ad altri mille cappotti scuri, che fanno sembrare tutti i passanti i tasti neri del pianoforte. Ricomincio a camminare verso via Torino, e il mio iPod magicamente mi propone una canzone del 1955, a testimonianza che, come sempre, è tutto già scritto.

You give your hand to me
Then you say hello
I can hardly speak
My heart is beating so
And anyone can tell
You think you know me well
But you don’t know me

No, you don’t know the one
Who dreams of you at night
And longs to kiss your lips
And longs to hold you tight
Oh I’m just a friend
That’s all I’ve ever been
‘Cause you don’t know me

I never knew
The art of making love
Though my heart aches
With love for you
Afraid and shy
I’ve let my chance to go by
The chance that you might
Love me, too

You give your hand to me
And then you say good-bye
I watch you walk away
Beside the lucky guy
You’ll never never know
The one who loves you so
Well, you don’t know me

You give your hand to me, baby
Then you say good-bye
I watch you walk away
Beside the lucky guy
No, no, you’ll never ever know
The one who loves you so
Well, you don’t know me

Come un cretino, ho sorriso fino a casa sotto la neve che continuava a scendere.

O45

20 dic

Milano, la mia via, Gennaio 2009

Duomo, -5°, 21.23. Un vecchietto con la cuffia e i guanti si siede davanti al pianoforte. E’ Burt Bacharach.

Assieme a due delle mie persone preferite, sotto il palco mi sono ritrovato davanti metà dei film che ho visto, mentre il signor Bacharach non la smetteva di ridere perchè “its’ the first time I play the piano with gloves“. Attorno a me, coppiette di varie ere geologiche si stringevano nel freddo. E mi sono accorto che mancavi proprio tu al concerto. Pensavo a te mentre rivedevo Jenny correre verso Forrest Gump, mentre vedevo il fumo bianco che usciva dalla bocca dei cantanti. Non ho mai capito perchè col freddo l’aria dalla bocca esce più bianca che dal naso. E solo stasera mi sono accorto come la condensa di chi canta esce rotonda, elicoidale, ghirigorata. Sembra quasi di vedere le note che escono, avvolgono il cantante, svaniscono appena arrivano quelle nuove. No, not just for some but for everyone, canta sublime la cantante. Il mio cervello si disconnette dalla realtà, va verso l’alto, mentre il mio naso è sicuramente caduto per terra dal freddo.

Mi arriva un tuo sms. Mi dice girati, sono sotto l’albero. Non ci credo, il liquido del mio cuore esplode come una bottiglia dimenticata nel freezer. Comincio a farmi spazio tra la folla, scusi signora ma se lei sapesse, devo andare è lì che mi aspetta. Arrivo alle ultime file, comincio a vederti, anzi prima vedo te che mi sorridi e poi il resto. Corro verso di te, corri verso di me. Mi viene quasi da piangere, ma sono già annegato nei tuoi occhi, due gocce in più non faranno la differenza. Ci sei, e non mi aspettavo di incontrarti stasera. Sento il tuo cuore che batte nonostante i 20 strati di vestiti che ci separano. Finalmente ti bacio, finalmente ci baciamo. Non sento più il freddo, ma solo te, te e what the world needs now, it’s love sweet love. Sento che ci arriva addosso quel fumo danzante che esce dal palco, mentre siamo a metà strada tra un’albero irreale e le vetrate accese del Duomo. Mi dici andiamo, e finalmente anch’io riesco a capire quelle coppiette che mi fanno vomitare, abbracciarti qui in mezzo è bellissimo, vorrei che rimanessimo appiccicati come la neve ghiacciata sul tetto delle macchine. Il cielo è color indaco, e mi sembrano tutti oscurati rispetto a noi, mentre ti sento sulla mia barba. It’s the only thing that there’s just too little of.

Burt saluta tutta Milano infreddolita, mi sveglio, Andre andiamo, sei rimasto lì con gli occhi chiusi 5 minuti, pensavamo ti fossi ibernato. Non mi giro per vedere se sei sotto l’albero, il telefono non ha vibrato. Però per me c’eri.

o44

20 nov

Milano, nel mio microbagno, Novembre 2009

Ieri notte ero in terrazza. C’era la nebbia che ammutoliva tutto, tranne lo scrosciare inevitabile del mio pensare. Nonostante fosse chiaro che fosse notte, dei beffardi uccelli continuavano a cinguettare. “Smettetela, vi farete solo del male, i gatti vi troveranno, non è che cantando supererete il freddo! E’ inutile negare l’evidenza annebbiata. Basta, finitela, vi farete solo del male!” Non passa nessuno, non passa un minuto, non si brucia la cartina della sigarette. E’ tutto fermo da fare paura. Poi, due fari spuntano rotondi nel mezzo del nulla, procedono piano, e… ti penso. Non lo so perchè. Torno a concentrarmi sui fari, sembra che stia viaggiando da soli, quasi fluttuanti. Lenti, lentissimi e muti. La nebbia mi entra nel cervello, ma non c’è posto, scivola tra i solchi della fronte, prova in bocca ma c’è già il fumo. Arriva più giù, ti incontra, ti avvolge, ti incastra dove speravo non ci fossi, perchè speravo di lasciarti andare via.

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