E te pareva. Non bastava essere solo come un gambo di sedano come dice la Littizzetto, adesso mi abbandona anche il bonsai.
Due mesi fa, quando mi sono trasferito nella mia nuova casetta, ho sentito il bisogno di avere un bonsai, che ci stava così bene alla finestra, e tra un tavolo e una sedia ho messo nel mio carrellone dell‘Ikea anche il bonsai. Ci siamo subito piaciuti, facevamo colazione assieme sul mobile bianco sotto la finestra mentre ascoltavamo la new hit del barbone sotto casa, Tavernello Joe.
Poi succede che le cose non vanno come avrei desiderato, e non con il bonsai. La mia casetta comincia ad assumere quel tocco decadente tipo bombardamento postatomico, e le colazioni assieme diminuiscono, come il mio appetito. Poi, prima di Natale arriva l’influenza che mi regala giorni di brividi sudore e visioni. Non esco dal letto, figuriamoci se arrivo fino in cucina. Imbottito come un’oca per il fois-gras di tachipirina, vado a casa nel mio unico giorno di ferie, il 24, e il caro bonsai rimane a guardare fuori dalla finestra fino al 26 sera. Il primo dell’anno mi viene il momento Extreme Makeover Home Edition, e ritrovo il bonsai. Quasi stecchito, ma proprio come le vecchie che prendono il sole sul lungomare a Trieste, quelle che fanno aprile-ottobre in pedocin e/o che si portano la sdraio (sì, a Trieste non siamo stati forniti di sabbia. Perchè? Semplice, abbiamo la bora, che porta via cappelli, pensionati e motorini, vi pare che possa lasciare della sabbia vicino al mare?) in motorino o in autobus diventando tanto nere quanto secche, ma fiere della tintarella. O peggio, come ho visto quest’estate alle Calanques, nella spiaggetta nudista si grigliano pure la… madleine con risultati che certo avrebbero bloccato la crescita di Proust rendendolo un emo qualsiasi alla ricerca della piastra perduta.
Ora, io sono contro l’accanimento terapeutico, ma quando si sa che non c’è più niente da fare. Non come quando sei sul divano e trattieni la pipì perchè fa fatichissima andare fino in bagno. Per questo gli faccio il bagnetto, gli do l’aspirina, le vitamine, gli canto un po’ e per farlo ridere gli racconto di quella volta che mio papà ha tirato giù una betulla facendo retro col gippone, spaccando l’albero intero e solo un cartarinfrangente dell’enorme V8, per fargli capire che le cose potrebbero andare peggio, e che bisogna cogliere il lato positivo delle cose.
E lui niente, più lo curo più assume quell’aria da Andreotti, tipo quando il gargoyle della DC si è bloccato morto stecchito dalla Perego. Se sta cercando di dirmi che sono antipatico come lei, è un attimo che domani si ritrova a bere il tavernello con Tavernello Joe. Un attimo proprio. Se sta cercando di portarmi verso la DC, poi, non mi disturbo nemmeno a fare le scale e lo lancio dalla finestra, in un attimino proprio.
Che poi eri così carino, stortino, verdino e non spocchioso e arrogante come i fiori, che son belli, ma sono morti in verità, come Cher.
Quindi, per concludere, caro bonsai, parla, fa’ qualcosa, dimostra che non sei fatto di truciolato come i mobili dell’Ikea, che la tua seconda metà del nome significa davvero coltivare, e non il mio nervoso, maleducato! Non ho mai incontrato una persona, un albero o un tombino maleducati in Giappone, e tu non sarai certo il primo.
RIPRENDITI.










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