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Una questione di tinte

24 mag


Proprio così. Una questione di tinte. Non c’è metafora più azzeccata.
Avete presente quando vostra zia Maria decise di darsi un tocco di vita osando un po’ troppo dalla parrucchiera appena uscita dalla scuola per corrispondenza? Oppure quando quella della nonna Pina le ha fatto l’azzurro birichino e vi è arrivata a casa color gelato al Puffo? O ancora, quando vedete in controluce quel nero corvino del salumiere, che vi ha sempre insospettito?

E’ una questione di sfumature, come in comunicazione. Il messaggio di zie, nonne e macellai è, come nel caso delle elezioni comunali di Milano, l’essere giovani.
Quindi visto che s’ha da essere giovani, si è deciso che s’ha da essere su facebook.

Così è stato fatto per la candidata Moratti. Regia di Red Ronnie. 
Entrambi forieri di un rosso pilifero un po’ sbiadito, mi si permetta di dire abbastanza lontano dal credo politico,  hanno usato troppa lacca (c’è chi vocifera che Lady Letizia sia sponsorizzata segretamente) per condire i messaggi.
Red, vj ante litteram (anche se diciamola tutta, il primo programma musicale della tv è Canzonissima, quindi il titolo va alla Raffa nazionale), consulente di internet e nuove tecnologie per il comune di Milano, ha messo il suo know-how televisivo per creare il canale youtube di Letizia Moratti, che fino alla settimana scorsa si chiamava morattiletizia. Ora, dopo il primo turno delle elezioni si chiama LetiziaMoratti2015.
Questo è uno degli errori da non fare: un canale è come un brand, crea identificazione e ha un pubblico di riferimento. Cambiarlo all’ultimo non è una scelta di marketing molto scaltra. Se poi volessimo fare i maliziosi, potremmo addirittura pensare che il sindaco in carica abbia mollato la spugna. 
Torniamo ai video. Un successo inaspettato sui social network. Sono stati linkati da chiunque in questi mesi. Però non credo che fosse proprio il tipo di successo aspettato da regista e protagonista. I più intelligenti ci hanno scherzato sopra, quelli meno, aggiungevano l’insulto. La questione non è personale. E’ di linguaggio e territorio.

I social network sono un ambiente mediale di appannaggio prettamente giovanile. Hanno un codice interpretativo e relazionale ben preciso, che ovviamente è più immediato per chi fa parte della famosa generazione Y. E’ così perchè facebook, non è una cosa astratta o una filosofia. E’ semplicemente la realtà di chi è giovane nel 2011 (puristi esclusi).
La comunicazione di quello che viene chiamato il 2.0 è destrutturata o più precisamente orizzontale: tutti possono commentare e condividere ciò che pensano. Per fare un esempio, se leggiamo un blog in queste pagine, noi possiamo dialogare tranquillamente e in modo immediato con l’autore del post. C’è sempre spazio per la replica.

Questa è una cosa che Red non ha capito. All’indomani delle elezioni, pubblica un post sulla sua pagina Facebook dicendo che la cancellazione del concerto LiveMi è opera di Pisapia. Un po’ improbabile visto che il gentil Giuliano non è ancora sindaco. Il popolo di internet, allora è partito al contrattacco, dicendo che le cose non stavano così. Ci sono stati dei controcommenti e poi… è successo l’inaspettato. 
La pagina del buon Red è diventata il regno dell’autoironia sul candidato Pisapia. La bacheca è stata presa di mira, nonostante i ban (cioè il blocco di un utente da parte del detentore dello spazio,) da una serie di sfottò magistralmente eseguiti da chiunque ricevesse il link da parte di un amico. Giusto per la cronaca, la pagina venerdì 20 mattina aveva circa 8 mila iscritti, nel pomeriggio 11 mila e poco fa, domenica pomeriggio, quasi 18 mila.

Partendo allora da Nanni Moretti “LE PAROLE SONO IMPORTANTI!”(link video) arriviamo alla prima, non così scontata lezione sui social media. Bisogna calibrare bene il messaggio. Non è pensabile l’attacco diretto senza aspettarsi un contraddittorio. L’educazione della nonna, poi, dovrebbe essere alla base: non si parla male degli altri. Non dovrebbero essere i contenuti a convincere? Questo è un discorso retorico, quindi chiedo scusa e vado avanti.

Seconda lezione di web 2.0: internet non è controllabile. C’è chi direbbe che è anarchico, io preferisco dire che è punk. Punk nell’accezione della cultura underground che sbeffeggiava la Monarchia inglese. Internet parte dal basso, non dall’alto. Non si può pensare di fermare il flusso, né tantomeno di fare il bello e il cattivo tempo come in televisione. Non si può mandare la pubblicità o mettere giù il telefono se il chiamante dice qualcosa di scomodo.
Ora Red Ronnie si è rifugiato nei suoi siti, che funzionano proprio come la tv. Sono lontani dai social (bisogna avere il tempo e la voglia di lasciare facebook, e qui si sfiora la patologia) e non sono interattivi.

Bisogna capire che per usare internet per comunicare, e per di più nel discorso politico, non ci si può improvvisare. Esattamente come in pubblicità, tutti pensano di poter fare uno slogan (parola che non si usa nell’ambiente) o un annuncio. Sembra scontato ciò che scrivo, ma porto l’esperienza mia e di chi si occupa di distance communication come me: tutti pensano di poter fare il tuo lavoro.

Appuntamento al prossimo post, dove vedremo come invece, ha funzionato la campagna di Pisapia, perché si è basata e si basa su un concetto forse anacronistico, ma ben preciso e radicato nella cultura del web. La coerenza del messaggio.

Nativi e Immigrati (digitali) al voto

23 mag

Milano. Siamo ormai agli sgoccioli, sabato e domenica ci sarà il ballottaggio Moratti -Pisapia. Non aspettatevi un’analisi politica di ciò che c’è stato fino adesso e ciò che succederà fino a sabato. Qui si parla di comunicazione, e nello specifico, di comunicazione sul social network più usato al momento: facebook.

Facebook nell’ultimo anno è diventato come internet nei primi anni 2000. Bisognava esserci. Che poi nessuno sapesse quali contenuti e registri linguistici bisognasse usare, questo è palese, esattamente come quando vai a mangiare sushi per la prima volta: non sai come farlo.
In dieci anni, persone e aziende hanno imparato a modificare i messaggi in funzione del media. Poi arriva il social network di Zuckerberg, e via, tutti dentro. Dimenticando, come l’italico pensiero insegna, la storia.
E’ importante questo passaggio: ora abbiamo tutti una memoria, uno storico digitale sul web, nascosto e archiviato in milioni di byte. Qualsiasi contenuto (frase, foto, video) che mettiamo in rete, è patrimonio della ricerca comune, per sempre.

Superata la fase della ricerca degli amici di scuola, premesso sempre che se una persona non la vedi per vent’anni un motivo c’è, affrontata la nascita e la fine delle relazioni online, è arrivato il tempo della comunicazione. Per farla breve, oggi il trend è quello di fornire servizi e informazioni direttamente su facebook: pensate, ci si può anche comprare il biglietto aereo. Tutto questo partendo da una semplice considerazione, ovvia per i nativi digitali e frutto invece di studi, focus group e indagini per gli immigrati digitali: la gente è sempre su facebook. Come si avvia il computer, si accende skype, si va su facebook.

Chi è un nativo digitale? Chi un immigrato? Marc Prensky nel 2001 ha coniato i termini: è nativo chi è nato e cresciuto con le tecnologie. Per questo ha un linguaggio, un ambiente mediale e una struttura cerebrale completamente diversa sa chi, a una certa età, si è reso conto che esistevano computer, cellulari e… social network.
Per capire a quale categoria appartenete, il test è presto fatto. Dire “sono” su facebook vi identifica tra i nativi, dire “Andre spegni facebook” vi mette nel gruppo degli immigrati.

Non c’è nulla di male ad essere un immigrato digitale. Basta essere coscienti del fatto che si va ad abitare un luogo (perchè questo sono i social network) dove ci sono già dei nativi. Quindi sarebbe meglio adattare il loro linguaggio, e non sterminare un popolo come accadde ai tempi della scoperta dell’America (ci sono esempi molto più legati all’Italia, ma siamo in periodo di par condicio e qua non si vuole parlare di schieramenti)

E qui torniamo alle elezioni della mia cara Milano. All’approccio di due immigrati digitali nel regno (forse più corretto dire “nella comune”) di Facebook. Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.

Il sindaco uscente non ha badato a spese per la comunicazione della sua campagna. Grandi affissioni, gazebo coi biliardini, borse “Vota Letizia”, magneti per il frigo, piccole bio e il libro che riassume il suo operato. E, soprattutto, un canale youtube fantastico. E chi era l’autore di tutto ciò? Red Ronnie. Un Red Ronnie che ha fatto “l’invasore” digitale, usando un linguaggio totalmente errato (attacchi, commenti bannati, video) che gli si è torto contro. E contro la Moratti, almeno a livello di elettorato 18-35. Ne parlerò più in dettaglio nel prossimo post.

Il candidato Pisapia, invece ha delegato la gestione della comunicazione a chi vive nel 2011, proponendo una pagina di approfondimenti, link e appuntamenti. Il tutto parte dal sito, senza nessuna inflessione personale, ma con un unico messaggio: questo è un candidato che si vuol fare conoscere e (chiave di successo) è interessato a sapere cosa ne pensano i potenziali elettori.

E’ la prima volta che internet diventa una parte integrante e vitale di una campagna politica in Italia, a testimonianza di un cambiamento sociale non indifferente. Fino ad oggi, infatti, nessun politico poteva avere un feedback in diretta e soprattutto così ampio di quello che fa o dice. 
Scopriamo come l’universo della rete, tra nativi e immigrati digitali affronta una campagna che, dal punto di vista della comunicazione offline, vive solo di cartelloni in giro per la città e giri tra i mercati e le piazze dei candidati.

Appuntamento al prossimo post.

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