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Una questione di tinte

24 mag


Proprio così. Una questione di tinte. Non c’è metafora più azzeccata.
Avete presente quando vostra zia Maria decise di darsi un tocco di vita osando un po’ troppo dalla parrucchiera appena uscita dalla scuola per corrispondenza? Oppure quando quella della nonna Pina le ha fatto l’azzurro birichino e vi è arrivata a casa color gelato al Puffo? O ancora, quando vedete in controluce quel nero corvino del salumiere, che vi ha sempre insospettito?

E’ una questione di sfumature, come in comunicazione. Il messaggio di zie, nonne e macellai è, come nel caso delle elezioni comunali di Milano, l’essere giovani.
Quindi visto che s’ha da essere giovani, si è deciso che s’ha da essere su facebook.

Così è stato fatto per la candidata Moratti. Regia di Red Ronnie. 
Entrambi forieri di un rosso pilifero un po’ sbiadito, mi si permetta di dire abbastanza lontano dal credo politico,  hanno usato troppa lacca (c’è chi vocifera che Lady Letizia sia sponsorizzata segretamente) per condire i messaggi.
Red, vj ante litteram (anche se diciamola tutta, il primo programma musicale della tv è Canzonissima, quindi il titolo va alla Raffa nazionale), consulente di internet e nuove tecnologie per il comune di Milano, ha messo il suo know-how televisivo per creare il canale youtube di Letizia Moratti, che fino alla settimana scorsa si chiamava morattiletizia. Ora, dopo il primo turno delle elezioni si chiama LetiziaMoratti2015.
Questo è uno degli errori da non fare: un canale è come un brand, crea identificazione e ha un pubblico di riferimento. Cambiarlo all’ultimo non è una scelta di marketing molto scaltra. Se poi volessimo fare i maliziosi, potremmo addirittura pensare che il sindaco in carica abbia mollato la spugna. 
Torniamo ai video. Un successo inaspettato sui social network. Sono stati linkati da chiunque in questi mesi. Però non credo che fosse proprio il tipo di successo aspettato da regista e protagonista. I più intelligenti ci hanno scherzato sopra, quelli meno, aggiungevano l’insulto. La questione non è personale. E’ di linguaggio e territorio.

I social network sono un ambiente mediale di appannaggio prettamente giovanile. Hanno un codice interpretativo e relazionale ben preciso, che ovviamente è più immediato per chi fa parte della famosa generazione Y. E’ così perchè facebook, non è una cosa astratta o una filosofia. E’ semplicemente la realtà di chi è giovane nel 2011 (puristi esclusi).
La comunicazione di quello che viene chiamato il 2.0 è destrutturata o più precisamente orizzontale: tutti possono commentare e condividere ciò che pensano. Per fare un esempio, se leggiamo un blog in queste pagine, noi possiamo dialogare tranquillamente e in modo immediato con l’autore del post. C’è sempre spazio per la replica.

Questa è una cosa che Red non ha capito. All’indomani delle elezioni, pubblica un post sulla sua pagina Facebook dicendo che la cancellazione del concerto LiveMi è opera di Pisapia. Un po’ improbabile visto che il gentil Giuliano non è ancora sindaco. Il popolo di internet, allora è partito al contrattacco, dicendo che le cose non stavano così. Ci sono stati dei controcommenti e poi… è successo l’inaspettato. 
La pagina del buon Red è diventata il regno dell’autoironia sul candidato Pisapia. La bacheca è stata presa di mira, nonostante i ban (cioè il blocco di un utente da parte del detentore dello spazio,) da una serie di sfottò magistralmente eseguiti da chiunque ricevesse il link da parte di un amico. Giusto per la cronaca, la pagina venerdì 20 mattina aveva circa 8 mila iscritti, nel pomeriggio 11 mila e poco fa, domenica pomeriggio, quasi 18 mila.

Partendo allora da Nanni Moretti “LE PAROLE SONO IMPORTANTI!”(link video) arriviamo alla prima, non così scontata lezione sui social media. Bisogna calibrare bene il messaggio. Non è pensabile l’attacco diretto senza aspettarsi un contraddittorio. L’educazione della nonna, poi, dovrebbe essere alla base: non si parla male degli altri. Non dovrebbero essere i contenuti a convincere? Questo è un discorso retorico, quindi chiedo scusa e vado avanti.

Seconda lezione di web 2.0: internet non è controllabile. C’è chi direbbe che è anarchico, io preferisco dire che è punk. Punk nell’accezione della cultura underground che sbeffeggiava la Monarchia inglese. Internet parte dal basso, non dall’alto. Non si può pensare di fermare il flusso, né tantomeno di fare il bello e il cattivo tempo come in televisione. Non si può mandare la pubblicità o mettere giù il telefono se il chiamante dice qualcosa di scomodo.
Ora Red Ronnie si è rifugiato nei suoi siti, che funzionano proprio come la tv. Sono lontani dai social (bisogna avere il tempo e la voglia di lasciare facebook, e qui si sfiora la patologia) e non sono interattivi.

Bisogna capire che per usare internet per comunicare, e per di più nel discorso politico, non ci si può improvvisare. Esattamente come in pubblicità, tutti pensano di poter fare uno slogan (parola che non si usa nell’ambiente) o un annuncio. Sembra scontato ciò che scrivo, ma porto l’esperienza mia e di chi si occupa di distance communication come me: tutti pensano di poter fare il tuo lavoro.

Appuntamento al prossimo post, dove vedremo come invece, ha funzionato la campagna di Pisapia, perché si è basata e si basa su un concetto forse anacronistico, ma ben preciso e radicato nella cultura del web. La coerenza del messaggio.

Nativi e Immigrati (digitali) al voto

23 mag

Milano. Siamo ormai agli sgoccioli, sabato e domenica ci sarà il ballottaggio Moratti -Pisapia. Non aspettatevi un’analisi politica di ciò che c’è stato fino adesso e ciò che succederà fino a sabato. Qui si parla di comunicazione, e nello specifico, di comunicazione sul social network più usato al momento: facebook.

Facebook nell’ultimo anno è diventato come internet nei primi anni 2000. Bisognava esserci. Che poi nessuno sapesse quali contenuti e registri linguistici bisognasse usare, questo è palese, esattamente come quando vai a mangiare sushi per la prima volta: non sai come farlo.
In dieci anni, persone e aziende hanno imparato a modificare i messaggi in funzione del media. Poi arriva il social network di Zuckerberg, e via, tutti dentro. Dimenticando, come l’italico pensiero insegna, la storia.
E’ importante questo passaggio: ora abbiamo tutti una memoria, uno storico digitale sul web, nascosto e archiviato in milioni di byte. Qualsiasi contenuto (frase, foto, video) che mettiamo in rete, è patrimonio della ricerca comune, per sempre.

Superata la fase della ricerca degli amici di scuola, premesso sempre che se una persona non la vedi per vent’anni un motivo c’è, affrontata la nascita e la fine delle relazioni online, è arrivato il tempo della comunicazione. Per farla breve, oggi il trend è quello di fornire servizi e informazioni direttamente su facebook: pensate, ci si può anche comprare il biglietto aereo. Tutto questo partendo da una semplice considerazione, ovvia per i nativi digitali e frutto invece di studi, focus group e indagini per gli immigrati digitali: la gente è sempre su facebook. Come si avvia il computer, si accende skype, si va su facebook.

Chi è un nativo digitale? Chi un immigrato? Marc Prensky nel 2001 ha coniato i termini: è nativo chi è nato e cresciuto con le tecnologie. Per questo ha un linguaggio, un ambiente mediale e una struttura cerebrale completamente diversa sa chi, a una certa età, si è reso conto che esistevano computer, cellulari e… social network.
Per capire a quale categoria appartenete, il test è presto fatto. Dire “sono” su facebook vi identifica tra i nativi, dire “Andre spegni facebook” vi mette nel gruppo degli immigrati.

Non c’è nulla di male ad essere un immigrato digitale. Basta essere coscienti del fatto che si va ad abitare un luogo (perchè questo sono i social network) dove ci sono già dei nativi. Quindi sarebbe meglio adattare il loro linguaggio, e non sterminare un popolo come accadde ai tempi della scoperta dell’America (ci sono esempi molto più legati all’Italia, ma siamo in periodo di par condicio e qua non si vuole parlare di schieramenti)

E qui torniamo alle elezioni della mia cara Milano. All’approccio di due immigrati digitali nel regno (forse più corretto dire “nella comune”) di Facebook. Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.

Il sindaco uscente non ha badato a spese per la comunicazione della sua campagna. Grandi affissioni, gazebo coi biliardini, borse “Vota Letizia”, magneti per il frigo, piccole bio e il libro che riassume il suo operato. E, soprattutto, un canale youtube fantastico. E chi era l’autore di tutto ciò? Red Ronnie. Un Red Ronnie che ha fatto “l’invasore” digitale, usando un linguaggio totalmente errato (attacchi, commenti bannati, video) che gli si è torto contro. E contro la Moratti, almeno a livello di elettorato 18-35. Ne parlerò più in dettaglio nel prossimo post.

Il candidato Pisapia, invece ha delegato la gestione della comunicazione a chi vive nel 2011, proponendo una pagina di approfondimenti, link e appuntamenti. Il tutto parte dal sito, senza nessuna inflessione personale, ma con un unico messaggio: questo è un candidato che si vuol fare conoscere e (chiave di successo) è interessato a sapere cosa ne pensano i potenziali elettori.

E’ la prima volta che internet diventa una parte integrante e vitale di una campagna politica in Italia, a testimonianza di un cambiamento sociale non indifferente. Fino ad oggi, infatti, nessun politico poteva avere un feedback in diretta e soprattutto così ampio di quello che fa o dice. 
Scopriamo come l’universo della rete, tra nativi e immigrati digitali affronta una campagna che, dal punto di vista della comunicazione offline, vive solo di cartelloni in giro per la città e giri tra i mercati e le piazze dei candidati.

Appuntamento al prossimo post.

Quando “tifosi” fa rima con “schifosi”

9 mag

Tifo: Il tifo o febbre tifoide è una malattia infettiva sistemica, febbrile, a trasmissione oro-fecale provocata da un batterio del genere Salmonella, detto anche bacillo di Eberth o di Gaffky. (wikipedia)

Tifo di Milano: il tifo o festa degli stronzi è una malattia infettiva edpidemica, infantile, a trasmissione oro/fecale (la barra indica la sinonimia dei termini e contenuti da parte dei tifosi) provocata dal batterio della maleducazione, detta anche “del perchè signore, guardandola, mi viene da mettere in discussione la teoria dell’evoluzione” o “io il mio nome so scriverlo, tu?”

Scusate se ho scritto una parolaccia subito in apertura. E’ che mi girano tantissimo le scatole da sabato notte.
Insomma, vado a teatro al Piccolo, poi puntiamo ad una serie di birrette in allegria e simpatia alle Colonne. Verso le 11 cominciano i deliri. Il Milan ha vinto lo scudetto. E chissenefrega anche. Vabbè.
Fatto sta che i tifosi cominciano a festeggiare e fin qui, nessuno si scandalizza. Fanno rumore, cantano inni e si tolgono tutti la maglietta se non è quella di un calciatore. Sarà che non ho gli strumenti culturali per capire. Insomma, loro sventolano bandiere a sostegno di 20 sportivi (forse meglio dire imprenditori) che corrono dietro una palla e che ignorano totalmente l’esistenza di quelli che sventolano bandiere. Sono tutti contenti e saltano e ballano. E ri-chissenefrega. Io ero lì che parlavo con la Danila che è uno degli esemplari di femmina più belli che abbia mai visto, nonché un’emergente stilista: http://www.minimalto.com/

Saltano ballano e urlano anche sul tram, poi mettendo anche l’audio mi accrgo che dicono delle cose sugli interisti e vanno verso il Duomo. Passa qualche ora, arrivano a rompere in colonne con musica da rave e fumogeni e noi decidiamo di andarcene. Io per andare a casa, per fortuna o purtroppo, devo passare per il Duomo. I tassisti se ne guardano bene, invece, e così si cammina fino a casa. Erika, cugina e mia ospite comincia a dirmi di non dire nulla, e se serve di cantare qualche inno. Io ovviamente mi rifiuto, come un’inglese a cui hanno offerto del té liofilizzato. Insomma, il Duomo era peggio di Beirut. C’era anche il re degli stronzi, un tifoso che faceva accendino+bomboletta spray. Si passa avanti nel delirio, dico di passare per Palazzo Reale. Arriviamo davanti e penso “vuoi vedere che si sono arrampicati sulla montagna di sale di Paladino?”.
Ecco. Non  solo. Già che c’erano hanno anche spaccato metà dei Cavalli presenti. Mi domando dove fossero le forze dell’ordine che erano lì, dietro di me, a guardare. Voi lo sapete come la penso sull’educazione. E quindi mi si chiude subito la vena e volevo insultare chiunque indossasse una maglia rossonera.

Veramente, forse non posso capire io perchè sono scemo. Ma spiegatemi perchè esultare per una squadra di calcio debba significare distruzione della Cosa Pubblica. Ma perchè non vi date fuoco tra di voi in stadio?
Potrei capire se aveste perso, ma cacchiarola, avete vinto! Perchè dovete prendere e spaccare i maroni e tutto il resto? Perchè dovete tirare giù tutti i motorini? Spaccare le bici?
Per quale a me sconosciuto motivo dovete farlo? Per favore, spiegatemelo, perchè non ci arrivo.
Purtroppo non credo voi andiate a leggere un libro di buone maniere, come vi augurerei. Allora vi dico: andate a lavorare. Almeno qualcosa di buono lo fate.

Continua l’allontanamento coercitivo (anche se dubito sappiate che voglia dire) del mio cervello dall’italiota (nell’accezione ITALIANO IDIOTA) medio. E’ l’unica cosa da fare. Non mi riconosco in orde di deficienti che urlano per strada, non vivo la mia vita in base a quella di un calciatore ignorante, non me ne frega nulla del significato di uno scudetto ma sono tollerante. Finchè non invadete la mia sfera di educazione e tolleranza non dico nulla. Però qui si sta esagerando, è la seconda volta in pochi giorni che mi trovo a scrivere sull’educazione (o forse dovrei chiamarla civitlà) dei mei connazionali.
Anche perchè mia madre non sarebbe contenta di sapere che ho preso un mitra per epurare l’Italia dagli stronzi.
Mia nonna, invece, ne sarebbe fierissima.

CAR GOES GREEN

18 apr

Io amo le macchine. Da quando sono piccolo.

Avevo tantissime macchinine, ricordo di averne contate più di un centinaio. Le mettevo nel presepio perchè secondo me era giusto che i pastorelli potessero viaggiare comodi. Il mio vasetto era a forma di Jeep. In spiaggia il nonno doveva farmi un maggiolino di sabbia e io guidavo. Anche il polpettone di tonno era a forma di macchina. A 10 anni, ho cominciato a fare il countdown per quanto mi mancasse alla patente. Ho più Quattroruote che Topolino a casa. Il più vecchio è del 1988.

Poi i 18 anni sono arrivati e ho scelto la scuola in base alla macchina. E secondo voi, potevo io che ci tengo all’understatement, non andare in giro con una Classe A, quando tutte le autoscuole giravano in Punto? Poi pensavo fosse scontato usare il gippone di mio padre (il primo 5.2 V8 della Udine che crede di contare) o la monovolume di mia madre (la prima multispazio della via, mica poco), ma non fu così. Due anni di lotte motoristiche, tanto che i miei, pur di non prestarmi una delle loro macchine hanno deciso di separarsi così da averne sempre bisogno, ognuno della sua. La lotta continua, il mobbing pure e mentre mi faccio fare preventivi per macchine piccole (così era la legge) ma di un certo livello (MINI Cooper, Lupo GTI, 206 CC) capisco che non l’aria sta cambiando e la macchina sarà di seconda mano. Fatto sta che scelgo il male minore, rifiuto una seicento sporting gialla e mi siedo su una twingo velvet rossa per sei anni. Una macchina tanto divertente e spaziosa quanto pericolosa e alcolizzata. Poi mia sorella ha la bell’idea di prendere la patente e cominciano le lotte. Con la risoluzione che lei, alta un metro e ottantavoglia di crescere girava in Scenic e io alto un metro e ottantacinque in una twingo.
Una macchina che costa poco vale poco, soprattutto dopo dieci anni e giunge la sua fine. Quando è partita per il profondo est Europa un po’ mi sono commosso. Quante storie. Vabbè. Poi succede che eredito la Clio della compagna di mio padre (e lei si compra la MIA Mini Cooper) che non avendo mai fatto un tagliando prima di passare sotto le grinfie mie e di mia sorella (e anche qui non vi dico le lotte), è morta qualche mese fa. Insomma, ora sono appiedato.

Tutto questo per dirvi cosa? Due anni fa trovo quest teaser mentre ero in accademia, copio il link nei segnalibri, e rimane lì. Poi in preda alle pulizie l’altro giorno ci inciampo sopra e finalmente apro la pagina. Doveva essere la macchina fai-da-te dell’Ikea. Invece Ikea Leko era il teaser della nuova geniale idea di Ikea. Il car pooling partito in Francia si chiama covoiturage che è sicuramente più elegante.

Insomma, l’Ikea ha creato una pagina nel sito dove chi ha bisogno di un passaggio per andare a comprarsi una Billy può scrivere da dove parte e quando. Allo stesso modo lo può fare chi ha spazio in macchina e voglia di fare quattro chiacchere. Chi finge di sapere cos’è il web 2.0 (che ormai è quasi morto) non mi pare se ne sia accorto. E invece cosa c’è di più partecipativo, condiviso e sostenibile di questo? Se ci pensiamo un attimo non è nient’altro che ciò che già che si fa su facebook per organizzarsi le uscite. Solo che all’ikea fa awareness e campagna ongoing a costo zero, perchè tutto è generato dall’utente.
E cosa me ne viene in tasca direte voi? Innanzitutto emettiamo un po’ meno c02, che male non fa, diminuiamo le macchine in giro e se risparmiate un bel po’ di soldini. Adesso, tra l’altro c’è pure il concorso del passeggero segreto. Chi se lo trova in macchina vince 1000 euro. Non chi guida: tutti i passeggeri! Che sono metà casa arredata o una cucinetta con lavastoviglie.
Qualche mese fa, sempre in Francia, viene fuori un viral della Europcar (guardatelo fa morire… o almeno io sarei morto se avessero fatto così a me) che gioca sulla sensibilizzazione alla causa.

Ha senso ancora “avere” la macchina? Siamo sicuri che lei non “abbia” noi? Pensate al bollo (la più grande truffa su strada del secolo dopo l’invenzione dei vigili urbani), all’assicurazione, al parcheggio, all’affitto del box, alla manutenzione, alla revisione etc etc… Ovviamente il discorso non può essere generalizzato. Una mamma ha bisogno di una macchina (che poi non sappiano guidare le donne, lo si sa già… STO SCHERZANDO non lanciatemi reggiseni infuocati usando il triangolo come arco) e finchè i mezzi pubblici saranno totalmente inutili come ora la vedo dura ma…

Magari hai la mia età, vivi in una grande città e torni a casa una volta al mese se va bene. A me la macchina non manca. Quando mi serve la noleggio, ci sono tariffe web a km illimitati che costano molto meno del treno, e guido una macchina nuova che so che non esploderà se le chiedo di guidare dal punto A al punto B. E se serve in città c’è il car sharing. Io non vedo l’ora di provarlo. Funziona sempre, costa una miseria (iscrizione 120€, costo orario 2,2€), non paghi il parcheggio e nemmeno la benzina. Ora che un litro costa 1.6€… parliamone.
Certo, se qualcuno di voi volesse regalarmi una macchina, ovviamente non direi di no*

*sono escluse dalla definizione di macchina:

-quelle con le ruote tipo playmobil.
-quelle che se chiudi la porta balla tutto.
-le Skoda e le Seat.
-quelle gialle. O bianche. O azzurrine. O arancioni. O a righe o a pois.
-quelle che non hanno la radio che si collega all’iPod
-quelle senza il clima, il servosterzo, il poggiabraccia: se volevo stare scomodo andavo in bici.

FASTWEB, un passo… indietro.

30 mar

Eh no, adesso mi sono proprio stufato.

Quest’estate, in preda ai bagliori dell’amore, decido di accettare due sim gratuite con 2 mesi di telefonate da Fastweb Mobile, in modo da poter avere una possibilità in più per sentire (e per farmi chiamare da) la mia dolce metà. Siccome sono biondo dentro, ma non pirla, leggo le condizioni: se non si disattiva entro x, il servizio diventa a pagamento. Perfetto. 2 settimane prima dell’ora x, spedisco la mia bella raccomandata a/r. Sono tranquillo e sereno.
Poi succede che guardo la mia fattura fastweb e vedo che le sim sono ancora attive. E parte la prima tranche di una lunga serie di telefonate con il caro (è il caso di dirlo) operatore telefonico. E fin qua direte, chissenefrega?
I poveri ragazzi del call center  si prendono ad ogni telefonata un pippone di comunicazione col cliente dal sottoscritto, che su queste cose è intransigente come per i calzini bianchi: giammai! Cerco allora di mettermi in contatto con chi gestisce queste cose, ossia chi è responsabile del ricevimento di una disdetta, la firma e fa finta di nulla. Sì, dico finta di nulla, perchè se la procedura non è trasparente, io sono autorizzato a pensare che tutte le raccomandate vengano usate per tornei di aeroplanini di carta aziendali. Insomma, alla fine della fiera, non è possibile contattare questi uffici. Io che sono rompiballe di nascita, telefono due volte a settimana da settembre ad oggi, chiamando più loro che la mia nonna, unico motivo per cui ho un telefono fisso.

Oggi, che era il giorno indicato in agenda per rompere le balle a chi per sei mesi ha rubato dei soldi al sottoscritto, ricevo l’epica notizia. E’ stato fatto un bonifico a mio favore di euro 50. Giubilante, ringrazio la poveraccia che si trova a parlare con me e le chiedo come mai solo 50. Io ho speso circa 200/250 euro in più in questi mesi. “Perchè fanno così”. Questa non è una risposta. Scopro che il tutto avviene secondo la filosofia dello scaricabarile, ossia per conto terzi. Me ne frega relativamente, e mi infurio solo quando vengo a scoprire che i soldi mi verranno ridati tra 120 giorni. CENTOVENTI GIORNI? Peccato che io le bollette le pago subito, non quando pare a me. E non me ne frega nulla se questa è la tempistica. Io la disdetta l’ho data nei tempi e nei modi previsti.

Quindi, cari amici lettori, state alla larga da queste belle offerte, e diffondete pure la notizia. Io che appartengo ad un gruppo editoriale e ho contatti anche in altri, questo post lo giro paro paro alle redazioni. Non servirà a nulla, ma è un mio diritto e dovere di consumatore avere un’opinione su un servizio pessimo e fraudolento.

Milano tira fuori il meglio di me

26 ago

tornato da una settimana e…

PALESTRA
Andre porta il certificato medico perchè era scaduto.

Cassiera:Uhh ma che brutta calligrafia, chi l’ha scritto?

Andre: si dice “brutta grafia” e non “brutta calligrafia” perchè Kàllos in greco vuol dire bellezza. E l’ha scritto mio padre.

Cassiera: ah, prego entra. bzzzzz. (non si è fritto lui, ha aperto il portoncino)

VIA TORINO
Andre va in bici sul marciapiedi alle 9 di sera.

Passante: MAGARI non si va in bici sul marciapidedi.

Andre: MAGARI non si mette la maglia a righe coi pantaloni a quadri.

Per oggi è tutto.

una questione di principio (di calvizie)

16 mar

Sassari, vietta sperduta, Estate 2009

Mezz’ora fa, me ne andavo bel bello a prendere la mia bici in sharing in piazza del Duomo. Arrivo e vedo che ad accogliermi c’è una fila di ragazze nordiche che sono alle prese con l’immissione del codice. Io, da cittadino onesto e da ragazzino che ha ricevuto una severa educazione (avete mai preso un ceffone per aver detto a una vecchina “quella lì dovrebbe stare nel presepio vivente”, vecchian che nemmeno aveva sentito la vostra sagace battuta da 7enne?), mi metto in fila.
Mentre le ragazze sono alle prese con l’operazione di noleggio, arriva dietro di me un mio quasi coetaneo (indubbiamente più vecchio e brutto) e dice: “checccògliòòni quèste”. Io che ho un aplomb austroungarico, alzo il sopracciglio dietro gli occhiali e fingo indifferenza. Ovviamente il sistema si blocca (10 noleggi uno dietro l’altro sono evidentemente troppi per il bikesharing), cerco di spiegare alle nordiche parenti che il sistema si è bloccato, mentre il calvo dal volto equino dietro di me tira giù una serie di male parole che non si scrivono a quest’ora. Rimane solo una bici, la mia stando all’ordine della coda. E mister merda 2010, cosa fa? mi passa davanti e prende l’ultima bici. Povero. Non sapeva cosa avrebbe scatenato.

-Gigi, lo sai che quello che hai fatto è meschino e disonesto?
-ma…
-sapevi benissimo che ero davanti a te e che sei arrivato dopo. se non mi avessi visto sono quello coi capelli. tutti.
-e ma s’è gggenerata confusiòne, non mi sono accòrto
-non cercare di fare il furbo, adesso dovresti scendere dalla bici e darla a me.
-masssono di fretta io
-perfetto, ma guarda che è inutile correre, perchè non ti crescono comunque i capelli, testa di cazzo.
-ma non serve essere maleducati
-sì serve. serve perchè sono le persone come te che mi fanno vergognare di essere italiano. Quelli che cercano e trovano sempre il modo più facile, e come tutti i politici, spudoratamente prendono per il culo, come hai appena fatto. E mi sono rotto le palle di avere a che fare con persone disoneste, quindi buona pedalata, per andare affanculo sempre dritto.

Io lo dico sempre che non bisogna farmi incazzare verso ora di pranzo.

il conto che conta

3 feb
Play & Pray

Milano, oratorio dei Navigli, Gennaio 2008

E il test fu eseguito.

La filiale della mia banca (soffermiamoci 30 secondi sulla parola filiale legato al concetto delle banche…fatto? ok andiamo avanti) sta per chiudere, e quindi mi tocca cambiare luogo e logo.

Non vivendo più nella mia natia città, ho mandato 2 mail specificando che sarò là solo domani (e che quindi il tutto si deve svolgere in giornata), a 2 filiali dello stesso gruppo. Una l’ho firmata semplicemente nome e cognome, la seconda Dott. nome  e cognome.

Secondo voi, quale delle due fililali mi ha chiamato la mattina successiva? E quale non mi ha ancora risposto?
E’ ovvio che se continuiamo con questa gestione clientelare del cliente non andremo molto lontano no? E poi ti chiedono perchè ti piacerebbe lavorare nella formazione del personale.




Ah, giusto per.
Oggi, per la prima volta, i due merli parlanti della mia palestra* (noti ai più come i receptionist), sono riusciti, senza ipnosi o noccioline, a dire “ciao” quando sono entrato. All’uscita non ce l’han fatta, ma come dicevano a Bill Murray in “what about bob?”: “baby steps, baby.steps.”

*la mia palestra non è un garage di Quarto Oggiaro, ma è in posizione leggermente molto centrale, e si pregia di avere il titolo di premium della catena alla quale appartiene

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